La galassia delle società a partecipazione regionale

Palatium_Enoteca_Regionale_del_Lazio-SLIDERDa Sviluppo Lazio all’Enoteca di via Frattina: sono 50 le in house sottratte ai vincoli della Pa e del mercato

ROMA – Diciotto società, 27 enti pubblici e privati e 5 agenzie per il “parco-impresa” più sviluppato d’Italia. Sono i numeri del sistema in house della Regione Lazio, cioè l’insieme di aziende partecipate dall’amministrazione, la quale, allo stesso tempo, è unico committente e beneficiario dei beni e servizi da esse prodotti. Un universo vasto e per molti versi sregolato – a cominciare dai 7.500 lavoratori assunti ma senza concorso pubblico, pari a tre volte il numero di dipendenti regionali – e soprattutto dai costi esorbitanti: gli oltre 300 amministratori che siedono sulle poltrone delle varie società costano alla Regione Lazio più di due milioni di euro ogni anno.

In questo mare magnum ha provato a mettere ordine la Cisl Lazio, con uno studio che ha evidenziato le criticità del sistema di governance locale e proposto una sorta di riorganizzazione dell’intero apparato nell’ottica dell’ormai imperativo taglio dei costi della politica. Una ricerca che “ha dato fastidio a molti”, come ha sottolineato il Segretario generale del sindacato, Francesco Simeoni, perché spiega come “la paralisi della macchina amministrativa laziale non è un caso”, ma il frutto di politiche scoordinate: “basti pensare che il fondo regionale per la non autosufficienza è pari appena al 9% della spesa per vitalizi dei consiglieri”.

L’abuso del metodo in house ha creato una galassia di imprese che, fa notare l’economista Marcello Degni, tra i curatori dello studio, “più che stare nel mercato sono protette dal mercato: cioè non hanno né i limiti della Pubblica amministrazione né devono rispettare le regole della concorrenza”.

Lazioservice, ad esempio, è l’agenzia interinale che nel corso degli anni ha assunto centinaia di giovani con contratti di lavoro precari, senza alcuna pianificazione e soprattutto senza concorso. “Un esercito di moderni servi della gleba – si legge nella ricerca – si ritrova negli uffici regionali, al fianco dei dipendenti di ruolo” per “sopperire, nel migliore dei casi, alle improduttività e alle inefficienze del personale regionale”.

Nel Lazio esiste, unico caso in Italia, un istituto bancario regionale e addirittura un suo duplicato in versione minore: Bil e Unionfidi. Banca impresa Lazio, istituita nel 2006 con la mission di agevolare il credito alle Pmi, è finita invece col favorire i suoi soci (Bnl, Unicredit, Intesa San Paolo e Bcc Roma) che prendono alte commissioni sui prestiti in cambio di interessi bassissimi, e con zero rischi.

Dal credito all’alimentare, la Regione partecipa anche in società come la Enoteca Srl, ristorante in via Frattina a Roma; l’Istituto Jemolo, per le informazioni ai cittadini laziali interessati alle materie giuridiche; fino alla (oggi dismessa) Société de développement Tunisie per l’attuazione delle politiche di internazionalizzazione del sistema produttivo e imprenditoriale.

La lente d’ingrandimento della ricerca è stata infine puntata su Sviluppo Lazio, partecipata dalla Regione insieme alla Camera di commercio di Roma: 296 dipendenti che costano 29 milioni l’anno (dato del 2009), cui vanno aggiunti 18,4 milioni di spese per consulenze esterne, convegni e affitti. “La pressione politica – sottolinea lo studio – è anche in questo segmento molto forte e la forma societaria, superando il freno dell’azione amministrativa, agevola l’utilizzo inefficace delle risorse pubbliche”. Nell’universo costoso e articolato di Sviluppo Lazio, conclude Degni, potrebbero ad esempio essere assorbite le due maggiori controllate Filas e Bic, le cui finalità e attività operative finiscono spesso con il sovrapporsi.

(Federica Ionta)

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