Palma lascia la toga, Dambruoso approda all’Ambiente

Palazzo_Marescialli_CsmIl Guardasigilli lascia la magistratura dopo 34 anni. Non c’è l’accordo sul procuratore capo di Catania

 

ROMA – Senza alcun dibattito, ma solo con l’intervento del relatore Paolo Carfì, il plenum del Csm ha accolto, con voto unanime, le dimissioni del ministro della Giustizia Nitto Francesco Palma dall’ordine giudiziario. Lascia dunque la toga il Guardasigilli, che era entrato in magistratura nel 1977.

Palma ha annunciato le sue dimissioni dall’ordine giudizirio puntando l’accento sul rischio che lo “scambio di ruolo tra magistrato e politico” possa “alimentare confusione nei cittadini” e annunciando l’intenzione di promuovere una iniziativa legislativa per limitare e regolare i passaggi da una funzione all’altra. Le sue dimissioni rappresentano dunque un “segnale concreto – a giudizio del ministro – per avviare, rapidamente e doverosamente, il percorso legislativo imprescindibile per coprire il vuoto normativo che riguarda l’ingresso in politica dei magistrati che accettano di candidarsi ovvero di ricoprire incarichi istituzionali, nonché il loro rientro nella loro attività lavorativa una volta cessata l’esperienza politica”.

Anche per un altro magistrato è arrivato il via libera per il collocamento fuori ruolo da Palazzo dei Marescialli: Stefano Dambruoso, che sette mesi fa era stato nominato componente del Consiglio direttivo dell’Agenzia per la sicurezza nucleare (un organismo che però non è mai divenuto operativo, al punto che a settembre il presidente Umberto Veronesi si è dimesso), è da oggi vice capo di gabinetto del ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo. La delibera, tra le critiche di chi riteneva comunque troppi 7 anni di incarichi fuori ruolo su 20 complessivi di carriera, è stata comunque approvata con 15 voti a favore e 8 contrari.

Ancora una fumata nera invece, sulla nomina del procuratore di Catania. L’assemblea di Palazzo dei Marescialli ha infatti disposto un nuovo rinvio, al prossimo due novembre. La ragione è quella di riflettere sugli effetti che potrebbe avere la sentenza con la quale il Consiglio di Stato ha bocciato l’orientamento da sempre seguito dal Csm, per il quale il magistrato che ha un ruolo di responsabilità, ma non è alla guida di un ufficio giudiziario, non può concorrere per un incarico direttivo prima che siano trascorsi tre anni dall’assunzione del ruolo precedente. La decisione di rinviare ancora ha però spaccato il plenum: 13 sono stati i voti favorevoli, tre le astensioni e 8 i voti contrari. Il tempo del rinvio servirà comunque a far sì che l’ufficio studi del Csm predisponga un parere sulla questione.

La sfida per la poltrona di capo dei pm etnei vede in campo tre candidature di peso come quella di Giovanni Salvi, Giovanni Tinebra e Giuseppe Gennaro, rispettivamente sostituto procuratore generale presso la Cassazione, procuratore generale presso la Corte d’appello di Catania e sostituto procuratore a Catania. Salvi, che in commissione aveva ottenuto la maggioranza dei consensi, è un ex componente del Csm, esponente di Magistratura democratica; Tinebra, già procuratore a Caltanissetta, è stato capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ed è considerato politicamente vicino al centrodestra; Giuseppe Gennaro è il candidato di Unicost, la corrente ‘centrista’ dell’Anm: è stato per otto anni procuratore aggiunto a Catania, ancor prima componente del Csm e presidente dell’Anm. Un big contro il quale alcuni esponenti della sinistra catanese si battono accusandolo per una vecchia vicenda, in realtà archiviata dallo stesso Csm, di presunti rapporti di conoscenza con esponenti vicini alle cosche locali.

(Valentina Marsella)

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