Incarichi direttivi, censure e denunce: tutti i nodi del Csm

PALAZZO-MARESCIALLI-SLIDERDai candidati a Procuratore capo di Roma al caso delle Toghe lucane
– I CANDIDATI A PROCURATORE

ROMA – Incarichi direttivi, censure e denunce. Al Csm, ormai nel pieno della sua attività movimentata dal caso Tarantini e Miller, bollono in pentola varie questioni. Partendo dalla copertura dei nuovi posti di comando nelle varie Procure italiane, Palazzo dei Marescialli dovrà sbrogliare presto la matassa del Procuratore capo di Roma. Otto i candidati in lizza per l’ambita poltrona. Una rosa di nomi ‘eccellenti’, da Armando Spataro a Nello Stabile, da Nello Rossi a Giuseppe Pignatone, fino a Gianfranco Amendola, Corrado Lembo e Giancarlo Capaldo. E ora spunta il nome di Luigi De Ficchy, oggi capo della Procura di Tivoli, che ha una storia professionale fortemente legata al territorio di Roma. Chi sono i candidati

Il caso delle “Toghe lucane”

Il Csm potrebbe poi tornare ad occuparsi di un caso scoppiato qualche anno fa, che interessò alcune toghe lucane. Il sostituto procuratore generale di Potenza, Gaetano Bonomi, ha infatti presentato una denuncia a Palazzo dei Marescialli, inoltrata anche al ministro della Giustizia, alla Procura generale di Cassazione e alla Procura di Salerno, per aver ricevuto un invito a comparire da due pm di Catanzaro per “un’indagine promossa dal pm Henry John Woodcock”, in servizio a Potenza fino al 2009, su vicende “che appaiono una sostanziale riedizione del procedimento Toghe lucane”. Bonomi, in una nota, ha spiegato che si tratta di “un procedimento pendente da oltre due anni” che riguarda “una molteplicità di reati, che vanno dalla dirigenza di due società segrete e di due associazioni a delinquere, alla corruzione in atti giudiziari, all’abuso di ufficiò’: l’invito a comparire è stato inviato dai pm Giuseppe Borrelli e Simona Rossi. Il sostituto procuratore generale di Potenza ha poi fatto anche riferimento alla modalità di affidamento delle indagini a un collaboratore di Woodcock in servizio a Potenza, che peraltro “ha riproposto quali ipotesi di accusa fatti già abbondantemente delibati e archiviati da altri colleghi di Catanzaro, non sospettabili di contiguità con il sottoscritto”, utilizzando anche “dichiarazioni che, provenendo da colleghi e me notoriamente avversi – ha concluso Bonomi nella nota – si appalesavano perciò insuscettibili di passiva acquisizione”.

La censura per Antonio Panico

Sul fronte disciplinare, la Commissione del Csm ha sanzionato con la censura (secondo per gravità dopo l’ammonizione) il giudice Antonio Panico, presidente di sezione del tribunale di Napoli. Il magistrato, infatti, non si è astenuto nel giudicare una causa civile tra il comune di Napoli e la società Romeo SpA dell’imprenditore Alfredo Romeo, nonostante – rileva il Pg della Cassazione nell’atto di incolpazione – tra Panico e Romeo “ricorresse un rapporto quarantennale di amicizia e frequentazione”. Due i capi di “incolpazione” a carico di Panico per aver violato i doveri generali di correttezza e imparzialità: uno in relazione all’ipotesi di reato di abuso di ufficio per il quale il gip di Roma aveva emesso decreto di archiviazione per prescrizione del reato, considerando però nel merito sussistenti gli estremi dell’illecito contestato; l’altro relativo all’articolo 51 del Codice di procedura civile per il fatto che il giudice omise consapevolmente di astenersi dalla trattazione e definizione della controversia civile seppure fosse in rapporti di amicizia e frequentazione con l’amministratore della Spa Romeo Gestioni, parte del processo.

La sezione disciplinare del Csm, presieduta dal consigliere “laico” del Pdl, Annibale Marini, ha assolto Panico dal primo capo di imputazione, mentre per il secondo ha irrogato la sanzione censura. A difendere Panico davanti alla sezione disciplinare del Csm è stato l’avvocato Stefano Cianci che ha ricordato come in quella causa civile relativa alla Spa Romeo Gestioni (azienda finita nelle inchieste giudiziarie per i cosiddetti affari di Global Service) “la domanda principale dell’azienda fu rigettata”, e dunque non vi sarebbe stato alcun “vantaggio patrimoniale” per l’imprenditore amico del giudice. La sezione disciplinare del Csm ha però solo in parte assolto Panico.

Il ricorso di Matteo Brigandì

Infine, sul caso Brigandì, la Corte Costituzionale ha respinto il ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, proposto dall’ex consigliere del Csm contro lo stesso Consiglio, che il 13 aprile scorso ne aveva deliberato la decadenza per incompatibilità. La Consulta ha dichiarato il conflitto inammissibile “non sussistendo i requisiti soggettivi e oggettivi per l’instaurazione”. Con l’ordinanza n.279 scritta dal giudice costituzionale Paolo Grossi, la Consulta ha spiegato che “il conflitto tra poteri dello Stato si configura quale strumento destinato a garantire la sfera delle attribuzioni costituzionalmente presidiate da ingerenze usurpative o menomative poste in essere da organi le cui funzioni sono anch’esse presidiate dalla Costituzione, restando invece esclusa la possibilità di utilizzare il giudizio per conflitto quale strumento generale di tutela dei diritti costituzionali, ulteriore rispetto a quelli offerti dal sistema della giurisdizione”. Matteo Brigandì, dunque, non era legittimato a sollevare un conflitto tra poteri, ma per far valere i suoi diritti il “rimedio specificamente azionabile – si legge nell’ordinanza – è quello del reclamo in sede giurisdizionale comune”.

(Valentina Marsella)

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