Commercio estero: morto l’Ice se ne fa un altro

made_in_italy_codiceDopo i guasti prodotti sulle iniziative promozionale all’estero, il Mise pensa di sostituire l’Ice con l’Ace

ROMA – Siamo ormai alla pochade. Non ci sono solo le risate della Merkel e di Sarkozy sull’affidabilità degli impegni italiani ad umiliarci in mondovisione. A farci male ci pensiamo abbondantemente da soli. E se qualcuno nutrisse ancora dei dubbi al riguardo prenda il caso dello scioglimento dell’Istituto per il commercio con l’estero.

E’ il 6 luglio scorso quando nella foga tremontiana dei tagli alle spese pubbliche, si spegne senza preavviso e senza regime transitorio l’interruttore dell’Ice. Il personale viene “spacchettato” tra Ministero dello sviluppo economico e Ministero degli esteri, nessuno sa più cosa fare e dove andare (la nemesi del “tutti a casa” ci perseguita da mezzo secolo!), restano a terra i vincitori di un concorso già bandito e vanno in fumo decine di fiere, missioni, iniziative imprenditoriali programmate da mesi. E’ il caos assoluto.

Se non bastasse, ironia della sorte, la scorsa settimana l’ (ex) ICE è stato classificato al primo posto assoluto tra tutte le pubbliche amministrazioni (ministeri, enti pubblici, ecc.) per il “Piano della Performance 2011-2013”, dalla Commissione indipendente per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle pubbliche amministrazioni (Civit) della Funzione Pubblica.

Il ministro Romani, che probabilmente si era fatto sedurre dalle sirene delle Camere di commercio desiderose di spartirsi la torta delle risorse per la promozione, è costretto dopo poche settimane ad ammettere l’errore e a correre ai ripari. E che fa? Invece di ritornare sui suoi passi e riesumare il vecchio Istituto magari in gestione commissariale, per non perdere la faccia si inventa il progetto di una nuova Agenzia per il commercio con l’estero: l’Ace al posto dell’Ice. La corrispondenza armonica con un succo di frutta o una candeggina potrebbe far pensare ad uno scherzo. Invece è tutto vero.

Si sta pensando seriamente ad un’Agenzia “in house” del Mise con gestione di bilancio di natura privatistica. Il “succo di frutta” però – ci si affretta a precisare – avrebbe un po’ di dipendenti in meno (circa 300 rispetto ai 428 del vecchio Ice) concentrati per lo più nelle sedi all’estero, che quindi, contrariamente a quanto si era detto un migliaio di volte, non sarebbero più accorpate alle nostre Ambasciate.

Negli incontri di questi giorni con le organizzazioni sindacali, il ministro Romani aveva assicurato che il provvedimento facsimile dell’Ice sarebbe stato inserito nel decreto del governo per lo sviluppo. Invece all’ultimo momento è stato sfilato dal dossier del Consiglio dei ministri e rimandato alla fine di questa settimana per gli ultimi ritocchi legislativi. Il che significa che, nel migliore dei casi (e nulla lascia pensare ad una simile eventualità), se ne passeranno almeno altri sei mesi per mettere a punto il nuovo strumento e trovare le risorse finanziarie necessarie. Tutte le attività promozionali previste per il secondo semestre di quest’anno e il primo trimestre del 2012 di conseguenza vanno comunque a farsi benedire.

E’ immaginabile l’ira dei nostri esportatori e delle loro associazioni di categoria. Di fronte ad una probabile sollevazione popolare dei diretti interessati, che fa il governo? Indice per questo fine settimana gli Stati Generali del commercio con l’estero. Con indomito sprezzo del pericolo (di pomodori e ortaggi vari), la neo vice ministro per lo sviluppo economico, Catia Polidori, auspica, testualmente, “una nuova collaborazione tra istituzioni, governo e imprese per dare incisività alla proiezione internazionale dell’Italia e contribuire al dibattito sulla creazione di un nuovo soggetto per accompagnare più efficacemente le imprese sui mercati esteri”. Le parole hanno perso davvero ogni senso. Si vede che neppure il precedente della contestazione del ministro per le infrastrutture da parte dei costruttori edili ha insegnato qualcosa.

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