Una storia di solitudine ne Il mio domani

Una_scena_del_film_il_mio_domaniLa regista torna a scegliere per la sua storia una donna solitaria, intorno alla quale costruisce una realtà alienante in cui gli individui, spogliati della propria umanità, si muovono senza senso

 

Dopo il successo al Festival di Venezia nel 2006 con il film Come L’ombra, Marina Spada con Il mio domani, in concorso al Festival di Roma, torna a raccontare una storia di solitudine ed alienazione a Milano.

Monica Barbieri lavora in una società di formazione aziendale e nel suo lavoro ha l’abilità sorprendente di infondere fiducia e coraggio nei corsisti che la seguono. Passa le ore delle sue giornate alternando alla grinta e al grande successo nel lavoro una desolante solitudine della vita privata.

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Le prime immagini del film mostrano i discorsi “motivazionali” con cui intrattiene il suo pubblico e parla di come il vuoto debba essere considerato non un pensiero né una realtà astratta ma uno spazio reale, tangibile pronto ad accogliere quante più cose al suo interno.

Così dalle prime scene si segue la protagonista – una dimessa Claudia Gerini – nell’immersione del suo vuoto privato, quello del quale faticosamente prende coscienza. Intorno a lei gravitano senza peso il fantasma di una madre che l’ha abbandonata, un padre anziano rancoroso, una sorellastra frustrata dal successo di lei ed un nipote adolescente insofferente.

Apparentemente serena la si scopre sempre inquieta, smarrita di fronte a rapporti mancati e ad un passato con il quale vuole cominciare a confrontarsi. Scegliendo la redenzione da una vita opprimente e desolante, abbandona la sua vita per reinventarne un’altra in Grecia, dove anni la madre scappò. 

“Mi interessava  raccontare la vita di Monica, una donna apparentemente serena e realizzata nel momento in cui inizia la storia, ma gli accadimenti rimescolano il suo incerto equilibrio personale e professionale, faticosamente costruito”. Ricordando alcuni tratti di Come l’ombra, la regista torna a scegliere per la sua storia una donna solitaria, intorno alla quale costruisce una realtà alienante in cui gli individui, spogliati della propria umanità, si muovono senza senso.

(Martina Bonichi)

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