Anne Fontaine, due realtà a confronto in Mon pire Cauchemar

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Una commedia esilarante sui diversi approcci alla vita. Un film su una coppia mal assortita tra caos e snobismo

Due civiltà a confronto, due realtà agli antipodi che vedono una donna elegante, colta e sofisticata ed uomo rude, volgare e sconclusionato. Sono questi gli ingredienti con i quali gioca la regista di Coco Avant Chanel, Anne Fontaine, costruendo una esilarante commedia sui diversi approcci alla vita.

Presentato Fuori Concorso, il Festival di Roma torna a far ridere con una commedia francese in cui il tono delle battute appare incontenibile, dall’inizio alla fine del film.

Lei, Agathe, dirige un’importante fondazione per l’arte contemporanea ed è una donna elegante, sofisticata che vive in un attico a Parigi con il compagno e il figlio. Il ragazzo è amico di Tony, figlio di Patrick (Benoît Poelvoorde) che invece è un uomo sgradevolissimo, alcolizzato che sbarca il lunario con lavori saltuari sempre sul punto di farsi portare via il figlio dai servizi sociali.

Una_scena_del_film

Trovandosi spesso a contatto per via dei due ragazzi che sembrano inseparabili, Agathe e Patrick  non fanno che punzecchiarsi mostrandosi astiosi e sarcastici sulle abitudini l’uno dell’altra.
“Da diversi anni volevo fare un film su una coppia mal assortita”. Con queste parole la regsita spiega come abbia cominciato ad immaginare un soggetto comico e come la scelta dei due personaggi fosse decisa dall’inizio, mostrandosi loro così autentici ciascuno a suo modo, nei propri ruoli.

Sfiorando il genere comico con La fille de Monaco (2008), Anne Fontaine con quest’ultimo film si misura per la prima volta con la commedia, mantenendo un tono divertito e divertente per tutto il film. Come spalla ai due attori, Isabelle Huppert e l’attore rivelazione Benoît Poelvoorde, applaudito nel recentissimo Niente da dichiarare (2011), appare uno degli attori più carismatici della commedia sofisticata francese, André Dussollier, attore applaudito nei film di Alain Resnais.

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Tra il caos e lo snobismo, tra l’auto controllo e la grezza ruvidezza, la regista racconta una vera e propria utopia, come la definisce, perché una storia tra due mondi così distanti appare improbabile nella realtà ed è qui che il cinema interviene, scegliendo il genere della commedia come la condizione perfetta che permette di trattare l’utopia.

(Martina Bonichi)

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