Pupi Avati racconta Il cuore grande delle ragazze

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“Sentivo la necessità ed il desiderio di entrare in una storia luminosa, festosa, leggera ma con un suo significato”


   

Esaltatore della sua Bologna e dintorni, Pupi Avati torna con una storia alla quale i suoi ricordi sono legati fin da quando era bambino.

Con Il cuore grande delle ragazze, in concorso alla sesta edizione del Festival Internazionale del film di Roma, il regsita bolognese costruisce una storia ambientata negli anni 30 nei suoi luoghi d’origine, dove rievoca le campagne, la vita contadina e la semplicità dei suoi personaggi attraverso le storie che sentiva da ragazzo.

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Carlino (Cesare Cremonini), figlio di una famiglia di contadini, è un giovane del posto molto ambito dalle ragazze. Gli Osti invece sono dei proprietari terrieri con due figlie ormai sulla trentina ancora nubili. Carlino costretto a sposare una delle due non sa decidersi finché un giorno conosce Francesca (Micaela Ramazzotti), figliastra del proprietario. I due giovani vogliono stare insieme ad ogni costo, così controvoglia le famiglie organizzano il matrimonio ma un disguido con il prete li costringe a ritardare le nozze. Arrivato il giorno fatidico il giovane non riesce ad esimersi dal sedurre una cameriera mentre Francesca aspetta il suo sposo in camera da letto. Scoperto il tradimento la giovane sposa scappa aspettando diversi mesi prima di tornare dal marito che si mostra pentito.

“Sentivo la necessità ed il desiderio di entrare in una storia luminosa, festosa, leggera ma con un suo significato”. Così il regsita, dopo essersi dedicato ai generi più diversi attraversando l’horror e  la commedia sentimentale, racconta di aver scelto una storia in cui la scenografica vita campestre e la genuinità dei personaggi che la popolano facessero del film un affresco campagnolo in cui poter trovare la leggerezza di rileggere i propri ricordi d’infanzia.

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Eppure ciò che emerge dal suo ultimo film è uno stile, rispetto al passato, sempre più stemperato, debole e del tutto modesto per rappresentare un ritratto degno di nota di quello che un giorno, gli anni 30 in cui è ambientata la sua storia, si intendeva con l’essere uomini e donne. Gli uni, inaffidabili ed alla continua ricerca di conquiste, le altre, le mogli, ritratte con una eccezionale capacità di sopportazione ed accettazione, tipiche di quelle ragazze intelligenti e capaci che ancora oggi esistono – racconta il regsita – con un cuore tanto grande da poter chiudere un occhio di fronte agli imprevisti matrimoniali.

(Martina Bonichi)

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