Richard Gere, il mestiere dell’attore

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Il sex-simbol di Hollywood, al Festival per ricevere il premio Marc’Aurelio, racconta il suo lavoro, i suoi sogni e i suoi affetti

“Essere attore per me non è altro che un mestiere, ed anche se faccio del mio meglio quello che prendo davvero seriamente è la vita”. Spiazzando così le domande incalzanti sulle sue interpretazioni nei film con registi del calibro di Coppola, Malick, Lumet fino ad arrivare a Kurosawa, Richard Gere spiega quanto il suo lavoro sia importante ma oltre a quello quante altre cose lo impegnino.

Presente in chiusura del Festival per ricevere il premio Marc’Aurelio, che gli verrà assegnato domani durante le premiazioni, l’attore racconta di quanto sia affezionato all’Italia. “Amo Roma e questo paese ed ora che ci penso, il primo premio ricevuto nella mia carriera è stato un David di Donatello per I giorni del Cielo. Ed oggi, essere di nuovo qui a ricevere questo riconoscimento rappresenta per me un premio non alla carriera ma di incoraggiamento”.

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Divertente, gioioso, sorridente ed affabile, Richard Gere – oggi a Roma per presentare il primo film che l’ha visto debuttare al cinema, I giorni del cielo di Terrence Malick – risponde alle domande dei giornalisti con grande cordialità sorseggiando un the tra gli scatti e le domande.

Accompagnato dallo sceneggiatore Claudio Masenza, l’attore racconta di quando da ragazzo ha cominciato a fare teatro, di quanto fosse timido e del suo primo provino con il quale venne notato. “Ricordo di aver provato una sensazione fortissima ed in quel momento ho pensato: la mia vita è questa. Con quelle stesse sensazioni, mi sono sentito in moltissimi altri momenti della mia carriera.”  Così ricorda l’interpretazione in Cotton Club (1984) ed il suo regista Francis Ford Coppola che a quell’epoca pensava già di girare un film avvalendosi di tecnologie digitali tanto da essere preso per pazzo dai suoi collaboratori.

“Oggi – racconta Gere – che il cinema non somiglia più a quello che era negli anni in cui ho cominciato, ci sono dei prodotti televisivi prodotti dalla HBO di grande respiro, interessanti ed a basso costo, tanto da far concorrenza ai film cinematografici indipendenti. Il cinema allora, negli anni 70, correva dei rischi, investiva nel talento, nella creatività e senza impiegare le cifre sproporzionate di oggi riusciva a vivere un periodo di grande fertilità. Oggi queste mancanze vanno a scapito dei giovani talenti, attori e registi che siano, che non trovano una strada che li incoraggi”.

Eppure, Gere continua a raccontare che i sogni ed i suoi affetti sono la famiglia, un figlio di 11 anni, i suoi maestri con i quali ha imparato a prendere la vita in modo diverso, lasciandosi indietro lo scetticismo tipico di certe realtà. “Credo che tutti provino un certo disagio nei confronti di quello che ci circonda. Per cercare di capire questo disagio ho compiuto degli studi ed il buddismo mi ha colpito perché invita alla condivisione, alla ricerca di un’empatia, questioni sulle quali raramente la gente si sofferma”.

Così tra la curiosità ed i sorrisi, quello che è uno degli attori più apprezzati di Hollywood e ritenuto tuttora un sex-simbol, si mostra ottimista, ancora timido come agli inizi, ed anche non avendo più la spensieratezza dei vent’anni, afferma “la realtà, quello che conta e tutto ciò che siamo è l’amore ed il bisogno di condivisione”.

(Martina Bonichi)

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