Il miglio verde di Berlusconi

berlusconi-spalle-SLIDERDopo il viaggio lampo di stamattina a Milano, le indiscrezioni sulle possibili dimissioni del premier. La smentita ufficiale. I pericoli reali di cadere domani alla Camera. Il suo esecutivo appeso agli umori (e agli interessi) di 15 “malpancisti” che decideranno all’ultimo momento se rinnovare la fiducia

ROMA – Stamattina Silvio Berlusconi è partito improvvisamente per Milano. Secondo fonti autorevoli, sarebbe stato il preludio delle sue dimissioni, comunicate in anteprima ai figli. 

Che cosa avrebbe fatto precipitare la situazione che fino a poche ore fa vedeva ancora il premier asserragliato nel bunker della Cancelleria di Palazzo Grazioli? Le interpretazioni più attendibili dicono che Berlusconi si fosse convinto che le probabilità di cadere in Parlamento erano aumentate considerevolmente e a quel punto la crisi gli sarebbe sfuggita completamente di mano. Sembrava che lo spettro della caduta di Prodi nel ’99 e del passaggio di mano a D’Alema potessero convincerlo a bruciare tutti sul tempo e a gestire, entro certi limiti, la sua successione. Non è andata così. “Non mi dimetto, vado avanti e faccio le riforme”.

Ma, come in tutte le vigilie delle crisi, nella maggioranza si registra il fuggi fuggi generale. L’ultima a lasciare il Pdl è stata la deputata Gabriella Carlucci. Ha scelto di passare all’Udc con la speranza che “i moderati possano trovare nuove strade”. Prima di lei ha abbandonato il partito del premier anche Carlo Vizzini. Ha scelto di approdare al Partito Socialista di Nencini. Pure Beppe Pisanu, da tempo, è scontento di Berlusconi: auspica un governo di larghe intese e guarda con interesse al terzo polo; all’ultima kermesse di Casini e company, ha detto di sentirsi “più che traditore, tradito dal Pdl”. Ma entrambi, Vizzini e Pisanu, sono senatori. Dunque, benché ad alto contenuto simbolico, ininfluenti per la sopravvivenza del governo.

La Carlucci, invece, conta parecchio. La partita decisiva, infatti, si gioca alla Camera dei deputati. Sono quindici gli onorevoli “malpancisti” in grado di far cadere il Cavaliere. Ci sono cinque dei sei dissidenti usciti allo scoperto con la lettera inviata al Corriere della Sera: Giorgio Stracquadanio, Roberto Antonione, Giustina Destro, Fabio Gava e Giancarlo Pittelli (manca solo Isabella Bertolini). Poi ci sono Pippo Gianni e Calogero Mannino, che restano in forse. Hanno smesso di votare a favore del governo da quel 14 dicembre 2010 in cui l’esecutivo fu salvato da tre voti del centrosinistra (Scilipoti, Calearo e Cesario), ma non hanno mai votato contro. Sono semplicemente usciti dall’Aula, “in sonno” direbbero i liberi muratori.

C’è poi Santo Versace, che sarebbe orientato a votare sì o ad astenersi sul Rendiconto dello Stato, su cui la maggioranza è “andata sotto” una ventina di giorni fa e che tornerà alla Camera domani. Tuttavia direbbe no ad un’eventuale fiducia sulla legge di stabilità, in cui saranno inseriti i provvedimenti richiesti all’Italia dall’Ue.

Contrario al governo anche l’ex capogruppo dei Responsabili Luciano Sardelli. Restano in bilico l’ex Fli, ora nella fondazione della Polverini, Antonio Buonfiglio, Michele Pisacane, Franco Stradella, Guglielmo Picchi, Francesco Nucara e Antonio Milo di Noi Sud. Rientrata, invece. la protesta di Isabella Bertolini che, dopo aver firmato la lettera dei dissidenti, ha parlato con il Cavaliere e avrebbe superato le perplessità.

Del resto il premier Berlusconi non cede. Anche oggi si è confrontato più volte con i dissidenti, tentando di convincerli. D’altronde, se anche superasse l’ostacolo del Rendiconto, il vero banco di prova ci sarebbe a metà novembre quando si voterà la legge di stabilità. Il pallottoliere è incerto: la maggioranza potrebbe arrivare, secondo i calcoli di Berlusconi, a 315 voti a favore o, al limite, 314, la stessa risicata maggioranza uscita dalla conta all’ultimo voto del dicembre 2010 dopo lo strappo di Fini e compagni. “Nessuno può mettere la mano sul fuoco su come voteranno i quindici incerti”, dicono a via dell’Umiltà.

La partita comunque è aperta. E il premier non arrende. Starebbe infatti già preparando la campagna elettorale. Una delle idee in campo sarebbe quella di creare una lista personale, lasciando la leadership del Pdl e la candidatura a premier al fedelissimo Angelino Alfano. Un passo indietro che ne potrebbe valere almeno due in avanti.

Potrebbero interessarti anche