Il mercato boccia il piano (interessante) di Unicredit

federico-ghizzoniIl titolo perde in Borsa il 15%. Svalutazioni, grosso aumento di capitale, 5mila esuberi e nuovo modello di business

ROMA – Alla fine la prova verità arriva anche per le nostre banche. Dopo aver assicurato per mesi che la salute delle istituzioni creditizie italiane era ottima, ora i nodi cominciano a venire al pettine. La notizia che Unicredit ha perso nel terzo trimestre 10,6 miliardi di euro e che rovescia il vecchio piano industriale e vara un maxi aumento di capitale per 7,5 miliardi, è giunta in Borsa come un fulmine a ciel sereno. Il titolo ha perso tra ieri e oggi più del 15% a conferma dello scetticismo con cui gli analisti finanziari hanno accolto le deliberazioni dell’Istituto.

Nel mondo finanziario dove contano soltanto gli utili e i dividendi, il fatto che Unicredit abbia deciso di fare pulizia nei propri conti, di cambiare modello di business e di ripartire su basi diversamente solide non importa niente a nessuno. Per il mercato conta solo l’ammontare delle cedole che quest’anno non ci saranno. Eppure la decisione è di quelle che dovrebbero far riflettere, prima di emettere giudizi superficiali.

Andiamo per ordine. La Banca decide di rivedere il valore dei propri beni immateriali falcidiati dalla crisi. Alla fine dell’operazione di pulizia vengono cancellati 9.600 milioni di avviamenti, in massima parte legati ad acquisizioni effettuate negli ultimi anni. Dentro ci sono inoltre le partecipazioni strategiche in Mediobanca e Fonsai, i titoli di Stato greci, le buonuscite per il personale, le attività fiscali di Hvb e Bank Austria. A causa di queste svalutazioni, la perdita netta passa da 847 a 9.320 milioni.

Secondo tempo (logico, non cronologico, perché la contestualità è ovvia). La società decide di ricapitalizzare la banca mediante un aumento di capitale da. 7,5 miliardi di euro. Stando alle affermazioni dell’ad Federico Ghizzoni, l’aumento garantito dal consorzio di banche guidato da Merrill Lynch e Mediobanca dovrebbe essere sottoscritto da quasi tutti i soci, fatta eccezione per il socio libico che, nelle attuali condizioni, è improbabile che partecipi con il suo 7,2%. Comunque, se l’assemblea dei soci del 15 dicembre lo approverà, l’aumento consentirà ad Unicredit di “diventare una delle banche più capitalizzate d’Europa”. Il core tier 1 (cioè l’indice di patrimonializzazione della banca) raggiungerà infatti nel 2012 il 9% e nel 2015 il 10%.

Terzo tempo, la vision, le nuove scelte strategiche. Unicredit si prepara ad abbandonare il vecchio modello di banca universale a favore di quello di pura banca commerciale, segnando così una forte discontinuità con il passato e chiudendo in tal modo l’epoca dell’ex amministratore delegato Alessandro Profumo.

Quarto ed ultimo tempo, trasversale: le risorse necessarie al cambiamento. L’intervento, come immaginabile, non è indolore e passa attraverso un sensibile taglio dei costi, una base di capitale più solida, più selettività della crescita nell’Europa dell’est e un recupero di produttività in Italia che dovrebbe comportare 5.200 esuberi nei prossimi quattro anni.

Ora la decisione passa al vaglio degli organi deliberanti della società, dei mercati finanziari e delle organizzazioni sindacali. Qualsiasi giudizio di merito sul complesso piano di riposizionamento strategico di Unicredit è dunque prematuro. Resta però la sensazione che per la prima volta dopo la tempesta qualcuno si preoccupa di riformare il sistema.

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