L’Italia non può vivere con l’euro né senza l’euro

Direttore_x_ideedi Emanuele Stolfi

Parafrasando Ovidio, il nuovo governo Monti potrebbe tornare a discutere dei costi e dei benefici dell’euro, un tema momentaneamente sparito dall’agenda politica e persino dall’analisi dottrinaria. Il miracolo compiuto dal prof, prima ancora della sua investitura parlamentare, è da imputare al sistema di relazioni sovranazionali di cui egli stesso è parte organica.

 

I suoi legami con l’Unione europea, di cui è stato autorevole commissario, con la Bce di Mario Draghi (la prima persona che ha visto prima ancora di aver ricevuto l’incarico), con pressoché tutte le più importanti banche e istituzioni finanziarie internazionali, ne fanno il più affidabile garante dell’attuazione delle “raccomandazioni” europee.

Bisogna riconoscere che nessuno meglio di Mario Monti in questo frangente può tirarci fuori dai guai. Ammesso (e concesso) che tra oggi e domani abbia la fiducia del Parlamento, non c’è dubbio che egli sia la persona giusta, al momento giusto, nel posto giusto.

Ma questo non sposta di una virgola quelle considerazioni che erano state fatte nel recente passato sulla costruzione politica zoppa dell’Europa e sui pesanti squilibri finanziari che ne derivano. La mancanza di una politica fiscale comune e di un coordinamento dei mercati del lavoro, i poteri limitati della Banca centrale non riconosciuta prestatrice di ultima istanza, le diverse esposizioni delle banche nazionali, oltre che dei debiti sovrani, hanno determinato una sostanziale vulnerabilità della moneta dei 17 paesi della zona euro sui 27 dell’Unione.

In queste condizioni ci si è domandato se “l’Italia può uscire dall’euro”. Illustri studiosi, economisti, politici discutono da tempo intorno a questo interrogativo nella misura in cui non solo il progetto di integrazione politica dell’Europa non fa passi avanti, ma il coordinamento delle politiche economiche mostra ogni giorno segni più evidenti di doppie o triple velocità di sviluppo e conseguenti pesi contrattuali diversi. L’asse franco-tedesco che ormai detta le regole e impone condizioni a tutti gli altri membri è un dato di fatto che confligge con il processo di devoluzione di sovranità nazionale alle istituzioni comunitarie. Se il processo si ferma l’intera costruzione comunitaria rischia di implodere.

Hanno discusso recentemente di questo alla Fondazione Roma, con il presidente Emanuele, tecnici e studiosi di sicura competenza. Pur con accenti diversi, tutte le analisi convenivano nel riconoscere che le politiche nazionali continuano a far premio, nonostante tutte le dichiarazioni contrarie, sul bilanciamento degli equilibri europei. L’esempio più vistoso è stato individuato nella Germania che da un lato, forte di una bilancia dei pagamenti più che florida, pratica in casa una politica di rigore e dall’altro consente alle proprie banche di operare spregiudicatamente su tutti i mercati esteri. Il finanziamento dei mutui subprime americani, della bolla immobiliare irlandese, della liquidità delle banche islandesi, dell’indigestione di titoli di stato greci, spagnoli e italiani, hanno fatto salire le perdite del sistema finanziario tedesco a svariate centinaia di miliardi di euro, prima ancora di fare i conti del default greco. In queste condizioni, il dubbio che il governo tedesco dia i soldi al fondo di salvataggio della UE per parare in ultima istanza il buco delle proprie banche nazionali e regionali non è poi così impensabile.

E allora all’Italia cosa resta da fare? Per il momento, come detto, il governo Monti, ottemperando diligentemente a tutti i diktat del duopolio franco-tedesco, ci rimetterà in carreggiata, provvisoriamente al riparo dalla speculazione finanziaria internazionale. Ma se alla lunga i nodi strutturali dovessero restare più o meno gli stessi, a cominciare dal debito sovrano, non è detto che, se non dovessimo rigare dritto, qualcuno non torni a bastonarci. I tedeschi, ancora loro, vedono nero e per bocca di Dominic Konstam, analista della Deutsche Bank prevedono: «Agli italiani si porrà dunque una semplice alternativa: o affrontare le pene di una dura recessione dalla quale verranno letteralmente schiacciati per l’impossibilità di risolvere la crisi finanziaria, oppure tornare al passato, a una fase in cui con una loro moneta nazionale erano nelle condizioni di associare tassi moderati a una forte crescita economica: questa è la vera sfida per l’Italia».

Non sarà così, ma non è escluso che, se nel frattempo non saranno cambiati i parametri del Patto di stabilità espressi solo dal debito pubblico e dal Pil, senza considerare altri aggregati come il risparmio delle famiglie o il patrimonio industriale, ci potremmo ritrovare negli stessi guai. Allora forse si tornerebbe allo spirito dei padri fondatori della Comunità e tornerebbero di attualità i discorsi sui costi e i benefici dell’euro che doveva essere il complemento finale di un’effettiva integrazione e non, com’è ora, il mezzo (inadeguato) per poterla raggiungere.

(Emanuele Stolfi)

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