Luoghi, figure, nature morte. In mostra alla Gam

Gam-Bambina_sulla_sediaRiapre la sede della Galleria d’arte moderna di Roma Capitale. Tremila opere collezionate dal 1883 | FOTO

ROMA – Mentre si preparano i progetti della nuova gestione del Macro targata Bartolomeo Pietromarchi e voluta fermamente dalla Giunta e dall’Assessore alle Politiche Culturali Dino Gasperini, riapre la sede della Galleria comunale d’arte moderna, nell’antico monastero delle Carmelitane scalze di via Crispi. La collezione, che consta di circa 3.000 opere, ha avuto inizio nel 1883 con un programma di acquisizioni alla Esposizione internazionale di Belle arti continuato nelle altre rassegne dell’epoca, arrivando a costituire un nucleo significativo non solo della storia dell’arte ma soprattutto dell’ambiente artistico della città dall’ottocento fino agli anni del dopoguerra.

Nucleo rimpolpato anche da acquisizioni più recenti di grande importanza storica. Di tutte queste opere, nella attuale presentazione, ne sono state selezionale circa 140 che rappresentano un panorama ampio della cultura di quegli anni sempre in dialogo tra tradizione e innovazione con nomi anche molto rappresentativi che vanno da Giorgio de Chirico a Mario Mafai, Scipione, Gino Severini, Giorgio Morandi, Giuseppe Capogrossi, Afro, Alberto Savinio, Carlo Carrà, Mario Sironi.

Saranno poi gli anni del dopoguerra quelli in cui Roma ricomincia a vivere, vi prolificano le trattorie, i circoli artistici, le occasioni di incontro, l’arte figurativa si incontra con il cinema. Lo spazio che ospita le opere è di circa 600 metri quadrati e si dispiega su tre piani dando l’impressione di trovarsi di fronte ad una ricca collezione di un privato che si proponeva di documentare la presenza dei più celebri artisti del tempo e soprattutto di seguirne i cambiamenti di gusto e le innovazioni linguistiche. Di grande effetto le sculture che riempiono il corridoio di entrata e l’affascinante chiostro tra cui spiccano capolavori assoluti come quelli di Arturo Martini, Marino Marini e Giacomo Manzù.

Le tele, tante, che riempiono gli spazi delle sale mostrano le tematiche di quegli anni legate alla visione della città, ai ritratti, alle nature morte, ad alcuni temi sociali (di forte presenza la scultura “Il seminatore” di Drei) e i diversi linguaggi, dal simbolismo, al futurismo, dal ritorno all’ordine al tonalismo della Scuola Romana, ad alcuni esempi di metafisica e ci consegnano la visione di un piccolo mondo borghese che tuttavia nemmeno istanze vivaci come quelle del futurismo riescono a scalfire, lontano dai più luminosi esempi della pittura d’oltralpe che testimoniava altre aperture e ricerche. Qui invece vanno considerate come esempi, anche altissimi, di una storia nostrana più intima che recentemente alcuni eccellenti studi hanno cercato di rivelare. Storia che ha alcuni esempi di grandezza come testimonia la piccola splendida sala dedicata a Giacomo Balla con un “Ritratto di Nathan”, un “Ritratto di Onorato Calandi” e il magnifico “Il Dubbio”.

 

(Maria Grazia Tolomeo)

 

Per gentile concessione dell’autore (© Massimo Siragusa/Contrasto)

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