Rinnovabili, i patti tra Roma e Tunisi decaduti con Ben Ali

rinnovabili-SLIDERProgetti per 2 mld di dollari, ma gli accordi sono saltati con la primavera araba. Ora in campo francesi, tedeschi e spagnoli

ROMA – Il Piano solare tunisino vale 2 miliardi di dollari. Un bel bottino per le aziende italiane della green economy, considerando soprattutto l’attuale congiuntura economica. E infatti l’Enea, l’ente pubblico che opera nei settori dell’energia, dell’ambiente e delle nuove tecnologie, più di un anno fa aveva avviato una serie di trattative bilaterali con l’Agenzia tunisina per l’energia, proprio allo scopo di favorire la partecipazione delle nostre imprese al Piano solare nazionale.

I risultati di quest’attività di lobby, però, sono stati scarsi. Nel 2010 è stata siglata l’intesa per il nuovo elettrodotto Tunisia-Italia da 1200 megawatt e quest’anno l’Agenzia tunisina ha concordato con Enea un accordo quadro di cooperazione in tema di fonti rinnovabili ed energia solare. Ma il documento non è stato mai firmato.

La primavera araba e il rovesciamento del regime di Ben Ali, infatti, hanno cambiato completamente l’assetto politico e istituzionale del Paese. Insieme ai vessilli del militare che teneva sotto scacco il governo di Tunisi dal 1987 sono caduti anche gli accordi italo-tunisini per l’energia e con essi la possibilità delle aziende italiane di prendere parte a uno dei 33 progetti del Piano solare. Ossia di aggiudicarsi una fetta di quei due miliardi di dollari, circa un miliardo e mezzo di euro.

Gli altri Paesi europei, nel frattempo, non sono rimasti a guardare. I primi a tentare la via bilaterale con il nuovo governo di Tunisi sono stati i francesi, che hanno stipulato un accordo con l’Agenzia nazionale tunisina. I tedeschi si sono attivati con importanti investimenti e lo stesso stanno facendo gli spagnoli. L’Italia, invece, non solo aveva stretto la mano alle persone sbagliate ma non ha saputo o voluto riorganizzarsi in seguito all’avvicendamento ai vertici delle agenzie governative tunisine. Si è messa in stand by.

Un cambio di strategia o piuttosto pigrizia istituzionale? La vicenda è stata portata all’attenzione dei ministri Passera e Terzi di Sant’Agata dal democratico Ermete Realacci, membro della Commissione ambiente alla Camera, il quale ha auspicato il lancio di “un progetto strategico per l’area mediterranea di cui l’Italia potrebbe essere guida”.

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