Il vertice europeo ha partorito un topolino

Palazzo_Berlaymont_Bruxelles Si incrina l’asse Merkel-Sarkozy, mentre l’inglese Cameron si chiama fuori. La reazione dei mercati finanziari

BRUXELLES – L’Unione Europea si spacca in due. Da una parte i 26 paesi della zona euro più Bulgaria, Danimarca, Lettonia, Lituania, Polonia e Romania. Dall’altra parte la Gran Bretagna. Per nascondere la delusione, il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy ha promesso che «nel breve termine abbiamo concordato un’azione immediata per superare le attuali difficoltà, attraverso un aumento delle nostre risorse finanziarie che, si spera, possa ‘impressionare’ i mercati alla loro riapertura”.

Il gruppo ha deciso di sottoporsi ad un regime di sanzioni automatiche per chi violi gli accordi di stabilità, a meno che tre quarti dei paesi votino contro. Si è inoltre stabilito che il fondo di salvataggio, o meccanismo di stabilità europeo (Esm), sarà accelerato per farlo entrare in vigore nel luglio 2012. La dotazione sarà di 500 miliardi di euro, come richiesto espressamente da Berlino. Tuttavia, come chiedeva la Merkel, l’Esm non avrà una licenza bancaria così da non poter attingere ai fondi della Banca centrale europea. Infine i leader europei si sono impegnati a esplorare la possibilità che le rispettive banche centrali possano impegnarsi in prestiti bilaterali al Fondo monetario internazionale per un totale di 150 miliardi di euro, a cui si potrebbero aggiungere altri 50 miliardi provenienti dai paesi europei non appartenenti all’Eurozona.

Il vertice di Bruxelles dunque, definito da Sarkozy “l’ultima chance per l’Europa”, ha partorito, se non proprio un topolino, qualcosa di molto simile. Di euro bond non si è proprio parlato. Alla Bce non è stato riconosciuto alcun ruolo effettivo di banca centrale di ultima istanza, ma solo la gestione del Fondo di salvataggio le cui decisioni, però, continueranno a essere prese dagli azionisti attuali (cioè i governi dell’eurozona) con una maggioranza dell’85% e non più all’unanimità. «Il fondo – si legge nel testo degli accordi- dovrà raggiungere i 500 miliardi di euro».

Fare a questo punto un bilancio di chi ha vinto e di chi ha perso è assolutamente inutile, a meno che non ci si voglia limitare a dire che di sicuro ha perso l’Europa. Anche l’apparente vittoria della Merkel su tutta la linea, che lascia le cose sostanzialmente immutate, a medio lungo termine potrebbe rivelarsi una vittoria di Pirro. L’Unione si ritira su posizioni più ridotte e per ciò, secondo i sottoscrittori dell’accordo di stanotte, più difendibili.

Ma chi si illude che i mercati si facciano impressionare da questi “pannicelli caldi”, temiamo che dovrà presto ricredersi. Se è vero infatti, come è vero, che solo una profonda modifica dei trattati avrebbe potuto completare il processo di integrazione e dare all’Europa solide basi istituzionali e adeguate strutture finanziarie, ciò non è avvenuto. E i mercati? La Borsa fa segnare stamattina una flessione del 2,07%, lo spread torna a quota 460 e il prezzo del collocamento delle nostre obbligazioni statali decennali  sale minacciosamente al 6,77%. Non sono segnali incoraggianti, ma qualcuno poteva forse pensare il contrario?

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