Povero Istituto Luce, come ti hanno ridotto!

Pio_XII_al_quartiere_San_LorenzoRetrocesso a società a responsabilità limitata con 15 mila euro di capitale sociale. Dimezzati dipendenti e contributi

ROMA – Si vanno definendo a cavallo della fine dell’anno i profili tecnici e organizzativi dell’ “Istituto Luce – Cinecittà”, la società a responsabilità limitata creata nel luglio scorso con la legge n.111 e perfezionata a fine settembre, a crisi di governo praticamente già aperta, dal ministro Galan con le nomine dei vertici firmate mentre chiudeva le valigie per lasciare via del Collegio Romano.

Ancora oggi di quella srl, che con un tratto di penna è stata ridotta a soggetto di diritto privato con 15.000 euro di capitale sociale e un oggetto contenuto nei minimi termini,, non c’è traccia nel sito internet della società, dove compare, come un residuo fossile, “la missione che Cinecittà Luce e il suo ruolo istituzionale, così come la responsabilità insita nel suo agire, che si traducono nell’impegno a creare valore economico e sociale per l’insieme dei suoi interlocutori nel lungo periodo”.

Molto si è detto e scritto di quel blitz che tanto scandalo e indignazione suscitò nella comunità culturale, non solo cinematografica. Almeno 60 parlamentari di entrambi gli schieramenti presentarono interrogazioni e interpellanze per chiedere spiegazioni al Ministro (che si guardò bene dal rispondere) contestando “l’opera di demolizione di quello che è stato un luogo di intervento pubblico fondamentale per il cinema italiano degli ultimi 40 anni”.

Al di là del valore delle singole persone, ancora ci si interroga sul “siluramento” dell’amministratore delegato Luciano Sovena, che aveva guidato fino ad allora la società con risultati più che dignitosi, o la sua sostituzione con Roberto Cicutto, che era già presidente. Non destò invece nessuna sorpresa la nomina alla presidenza di Rodrigo Cipriani, un manager di estrazione Mediaset che, benché privo di qualsiasi titolo o esperienza cinematografica, poteva però vantare un inossidabile sodalizio con l’ex ministro Galan che già al tempo del ministero dell’agricoltura lo aveva chiamato a promuovere i prodotti agroalimentari italiani.

Oggi, come detto, i nodi vengono al pettine. Se la motivazione dichiarata della retrocessione di Cinecittà era, secondo la legge del luglio scorso, “la salvaguardia delle attività e delle funzioni attualmente svolte dalla società”, si sta operando esattamente al contrario con i tradizionali metodi di “risanamento” all’italiana. Si tagliano cioè le risorse economiche (il contributo dello Stato è stato dimezzato, da 16 a 8 milioni) e il personale (dei circa 130 dipendenti, la metà andrà ad ingrossare le fila dei sottoccupati del Mibac), in modo da ridurre la società ad una scatola pressochè vuota. In compenso, il vertice conserva per intero i suoi compensi e i privilegi. Il presidente percepisce 170.000 euro l’anno, oltre ad una serie di benefit e di rimborsi; Cicutto prende la stessa cifra; non sappiamo invece quale sia il gettone di presenza per i consiglieri di amministrazione e se tra questi Riccardo Tozzi possa cumulare, alla faccia del conflitto d’interessi, anche lo stipendio di presidente dell’Anica, nonché di amministratore delegato della Cattleya, una delle più importanti società private di produzione cinematografica.

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