Le tensioni sociali non sono una minaccia

Berlino_durante_la_Repubblica_di_WeimarLa situazione dell’economia reale del nostro Paese comincia ad emergere con tutta evidenza. L’allarme dei sindacati e del presidente della Cei. Lo spauracchio del “morbo di Weimar”

ROMA – Restringimento della base produttiva fino alla paralisi dell’economia, disoccupazione crescente a ritmi incalzanti, diminuzione del prodotto interno lordo e contemporaneo aumento dei prezzi, tassi di interesse fino al 90%, instabilità politica e tensioni sociali. E’ questo il quadro dell’Italia del 2012? No, è la situazione della Germania di Weimar nel triennio 1930-32 descritto nei libri di storia che portò il paese alla tragica conclusione che conosciamo.

Nel rileggere quelle pagine, al di là di alcune analogie teoriche con i giorni nostri, fa una certa impressione rilevare la sottovalutazione dei fenomeni sociali che allora andavano crescendo sotto gli occhi miopi di una classe dirigente distratta ed incapace. Nulla a che vedere naturalmente con l’attuale condizione italiana, ma il fallimento della politica che ha dovuto passare la mano ad un governo tecnico di emergenza è un segno di crisi istituzionale dai molteplici significati, alcuni dei quali nel medio periodo potrebbero rivelarsi inquietanti.

Infatti i mali strutturali che affliggono oggi il nostro sistema economico attengono all’economica reale del Paese e son stati fin qui decisamente sacrificati all’equilibrio della finanza pubblica e alla stabilità della moneta comune. Nel frattempo la grande industria si è dissolta, la piccola e media arranca schiacciata tra la mancanza di credito, la concorrenza dei paesi low cost e una pubblica amministrazione soffocante e inadempiente.

L’effetto combinato di questi fattori lo conosciamo: disoccupazione in aumento, ammortizzatori sociali al limite, l’elenco dei casi di crisi industriale sul tavolo del ministro per lo sviluppo economico ogni giorno più lungo, 230 mila posti di lavoro in bilico nei prossimi mesi, crollo dei consumi e degli investimenti.

Consapevoli dell’eventuale drammatizzazione della crisi se non si interviene adesso con misure adeguate, i sindacati lanciano l’allarme. Susanna Camusso denuncia “un rischio reale di tensioni  sociali crescenti nei prossimi mesi” e chiede al governo Monti che sia rilanciato “con forza un piano per il lavoro e l’avvio di un confronto con il sindacato”, che sgombri il tavolo dal “rigore cieco e dall’aumento delle diseguaglianze”.

Di identico tono l’allarme del segretario della Uil: “La combinazione di recessione, pensioni più basse, redditi reali decrescenti e minore occupazione non è un buon viatico per la pace sociale, anzi è benzina sul fuoco”. Gli fa eco stamattina il segretario della Cisl Bonanni che esprime un giudizio negativo sull’operato del governo Monti che sembra “non accorgersi del Paese reale, della necessità di ridurre le tasse sul lavoro, di ammodernare gli ammortizzatori sociali. Senza l’accordo con le parti sociali – sottolinea Bonanni –  i rischi di tensione aumentano e qualcuno magari cercherà di approfittarne”.

Anche il presidente della Conferenza episcopale italiana, da angolazioni diverse, si dice profondamente preoccupato per la situazione. “E’ necessario che la politica sia in grado di regolare la finanza affinchè questa sia al servizio del bene generale e non della speculazione facile e garantita. Occorre creare coesione ed essere più positivi in modo che una rabbia sorda possa scoppiare”.

Il governo di Mario Monti, pur esprimendo al momento priorità di ordine essenzialmente finanziario, si muove in un sentiero molto stretto tracciato di fatto dalle istituzioni comunitarie pesantemente condizionate dalla politica tedesca. Entro questi paletti, la lettera che il nostro ministro per gli affari europei ha mandato pochi giorni fa al presidente del Parlamento Van Rompuy cerca di ritagliare uno spazio per l’iniziativa italiana. Da un lato infatti “è importante – sostiene Moavero Milanesi – che nell’accordo di stabilità non ci sia niente che squilibri il quadro complessivo. Dall’altro, chiediamo che la sezione sulla crescita e sulla competitività sia ripensata. Occorre qualcosa di più concreto di quanto ci sia adesso”.

Sembrano ‘pannicelli caldi’ di fronte alla gravità della recessione e ciò nonostante sappiamo che incontreranno difficoltà enormi e i tempi biblici di qualsiasi decisione comunitaria. Invece tempo a disposizione per intervenire sul tessuto economico del nostro Paese non ce n’è più molto. Bisogna fare in fretta perché il “morbo di Weimar”, come lo chiamava Alberto Ronchey, non torni a diffondersi.

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