Tornano dal Louvre i tesori della famiglia Borghese

Le-Tre-Grazie-by-CANOVAIn mostra fino al 9 aprile alla galleria Borghese i più importanti capolavori dell’arte antica appartenuti alla famiglia

ROMA – È superfluo segnalare l’eccezionalità di un appuntamento come la mostra “I Borghese e l’antico” alla Galleria Borghese di Roma. Il 27 settembre del 1807, dopo una lunga trattativa, fu firmato da Napoleone il decreto di acquisizione, per la memorabile cifra di tredici milioni di franchi, di 695 preziose sculture greco-romane della collezione del cognato Camillo Borghese, marito di Paolina Bonaparte, che tra il 1808 e il 1813 furono definitivamente collocate al Museo del Louvre.

Per la prima volta il grande Museo francese fa uscire dalle sue mura una parte di questi preziosi reperti per farli tornare nella loro sede originaria. Merita una visita molto accurata questa mostra per la sua unicità, soprattutto per comprendere l’importanza di una collezione che svela la personalità e la grandezza visionaria del suo principale fondatore, il cardinale Scipione Borghese.

Una Italia in difficoltà, sia dal punto di vista economico che psicologico, non può non riempirsi di orgoglio di fronte alla eccezionalità di tanti capolavori riuniti in uno dei templi più prestigiosi dell’arte e che esprimono la grandezza della nostra storia culturale. Per fortuna a Napoleone in quel momento interessava dare una ascendenza classica alla costruzione dell’Impero e a questo scopo si apprestava a creare il Museo del Louvre aggiungendo all’inestimabile valore dei reperti archeologici  dell’Egitto conquistato, questi  greco-romani, altrimenti si sarebbe portato via anche le sublimi opere barocche di Gian Lorenzo Bernini.

È addirittura entusiasmante, ma anche difficile da memorizzare, il vedere riuniti questi capolavori insieme a tutti quelli che, nella lunga committenza della famiglia Borghese, sono stati raccolti all’interno di questa dimora e inseriti in un apposito complesso architettonico  dovuto al genio di architetti, pittori, scultori, decoratori che privilegiarono il gusto per la narratività e per la solarità della villa suburbana creando un tutt’uno tra i reperti antichi, le sublimi sculture di Bernini, gli affreschi delle volte e i dipinti alle pareti. Oggi riproporre la disposizione originaria è un lavoro quasi impossibile, ma ci aiuta l’inserimento nelle varie sale delle riproduzioni degli acquarelli di Charles Percier che ci mostrano la collocazione originaria dei reperti greco-romani nella Galleria, nei Saloni, nei prospetti, in modo che sia possibile confrontarla con l’attuale, dovuta alle  trasformazioni che hanno interessato le varie fasi storiche della famiglia Borghese.

L’antico progetto decorativo metteva insieme sculture grandi e piccole, marmi originali o copie ellenistiche di antichi maestri greci, sarcofagi, capitelli, storie di dei, eroi mitologici ampliate nelle volte affrescate e decorate. E va confrontato oggi con l’aggiunta, nelle pareti, di episodi unici della storia della pittura del Rinascimento: le madonne di Raffaello, l’ “Amor Sacro e Amor Profano” di Tiziano, o i capolavori del Domenichino, di Caravaggio e di altri grandissimi protagonisti.

Per comprendere la complessità del lavoro di reperimento di questi antichi reperti e del loro restauro seicentesco, citiamo un esempio, anzi uno di quelli più emblematici, l’ “Ermafrodito dormiente”. La scultura antica, replica di un originale greco in bronzo del 150-190 a.C. attribuito a Policle, fu rinvenuta tra il 1617 e il 1618 negli scavi promossi dal Cardinale Scipione Borghese nel Monastero di Santa Maria della Vittoria a Roma e il cardinale la volle a tal punto da concedere in cambio di farne restaurare la facciata dal suo  protetto Gian Lorenzo Bernini. Tale statua è uno dei pezzi più celebri della collezione. Nel 1619 Gian Lorenzo Bernini scolpiva il materasso sul quale la figura sarebbe stata posta mentre il reperto veniva restaurato da Davide Larique: Gian Battista Soria realizzava nel 1620 un sontuoso cassone ligneo in funzione di basamento -oggi perduto-  riccamente decorato, dotato di un coperchio che celava la scultura.

Dopo la vendita dei marmi a Napoleone, l’Ermafrodito nella Villa venne sostituito da una replica romana, restaurata nel 1774 da Andrea Bergondi, in precedenza conservata presso il palazzo in Campo Marzio. Nella mostra si possono così raffrontare le due sculture, una al piano centrale, quella con il cuscino e il materasso di Bernini e la copia romana al secondo piano con il restauro del Bergondi.

Potrebbero interessarti anche