E alla fine il “topolino” è stato liberalizzato

Cdm_Monti_sliderL’elenco dei provvedimenti del decreto legge. Il governo esce ridimensionato dal confronto con le lobby

ROMA – Il parto, che ha tenuto l’Italia col fiato sospeso per settimane, alla fine è avvenuto, dopo una maratona a Palazzo Chigi che non si era mai vista. Il padre (Monti) è raggiante, la madre (la compagine governativa) è provata ma tutto sommato felice per essersela cavata. E il bambino (il pacchetto di liberalizzazioni)? E’ decisamente sotto peso, gracile e dalla salute malferma. Chi insomma aspettava il “pupone” che cresceva in fretta e risolveva tutti i problemi della famiglia è rimasto sicuramente deluso.

A scorrere infatti gli articoli del provvedimento si hanno due tipi di reazioni. Da un lato balza agli occhi il ridimensionamento dei propositi espressi dal governo nei giorni scorsi, dove si può leggere la traccia evidente del lavoro delle lobby e delle categorie (che peraltro non si ferma qui). Dall’altro lato emerge un giudizio di ridotta efficacia complessiva dell’operazione di liberalizzazione, senz’altro inadeguata a rovesciare il trend della recessione, a dispetto della previsione, assolutamente putativa, di un punto di Pil in più ogni anno.

Cominciamo dal primo punto, dalle liberalizzazioni cioè che si volevano fare e non si sono fatte. Le banche sono le principali beneficiarie di questo “hair-cut” del decreto legge. Di fronte ad un rapporto fortemente squilibrato a svantaggio del cliente, soggetto ad ogni genere di arbitrio e balzello da parte degli istituti di credito, arriva il “pannicello caldo” del tetto alle commissioni sul bancomat e l’obbligo di presentare due proposte per la polizza assicurativa richiesta sui mutui. Ma andiamo!

Anche le compagnie di assicurazione ringraziano. Già il testo originale del decreto era molto blando in materia (i broker dovevano essere liberati dal vincolo del monomandato). Il risultato finale è peggio, limitandosi a garantire un piccolo sconto sul premio della RC auto se l’assicurato si farà installare in macchina una “scatola nera”. “La scelta – è il commento amaro di Repubblica – produrrà scarsi benefici per il consumatore, mentre rappresenta un freno alla competitività tra modelli di business”.

Si brinda anche alla società Autostrade per lo scampato pericolo. Sembrava infatti che il “price cap” dovesse essere applicato a tutti i pedaggi autostradali e invece è venuto fuori che il tetto si applicherà soltanto alle nuove concessioni (quella di Autostrade per l’Italia scade nel 2038!).

Per i trasporti è tutto rimandato alla costituenda Authority delle reti. Quindi niente separazione della rete ferroviaria dall’azienda dei trasporti di FS, niente modifica dei criteri per le gare regionali. E in attesa della nuova autorità di controllo? Tutto rimesso “provvisoriamente” all’Autorità per l’energia elettrica e il gas, con il prevedibile risultato – dicono gli esperti dell’Istituto Bruno Leoni – “di creare un mostro burocratico poco snello nelle procedure e poco incisivo nelle decisioni”.

E infine fanno festa anche le compagnie petrolifere. Di fronte alla sollevazione popolare per lo scandalo degli aumenti continui dei prezzi dei carburanti, che ti tira fuori il governo? I soli gestori proprietari degli impianti di distribuzione della benzina e gasolio (non più di 500 in tutta Italia) potranno rifornirsi da qualsiasi produttore. La misura appare di difficile attuazione pratica e non offre alcuna garanzia di contenimento dei prezzi.

Seguono 5.000 nuove farmacie (ma niente vendita libera dei farmaci di fascia C), turni e orari flessibili dei taxi (della licenze se ne riparlerà più in là), parziale liberalizzazione delle vendite promozionali e degli orari di apertura dei negozi (già decisa dal precedente governo e già contestata) e, dulcis in fundo, l’abolizione del tariffario per avvocati e notai. Sulla possibilità che il corposo debito della Pubblica amministrazione con le imprese – circa 70 miliardi di euro – sia erogato in titoli di Stato, per ridare un po’ di ossigeno alle imprese strozzate dal credit crunch, continuano ad esserci grosse  perplessità da parte della Ragioneria generale e del Tesoro. Meglio riparlarne più avanti.

Va bene il principio di liberare il nostro sistema economico da lacci, lacciuoli e burocrazie varie che lo soffocano. Ma qui finiscono i motivi di soddisfazione. Intitolare, come fa il Corsera, l’articolo del giorno dopo, “così cambia la nostra vita”, sembra davvero una mistificazione difficilmente accettabile. Nelle tasche degli italiani, in realtà, le liberalizzazioni decise dal governo Monti porteranno una manciata di spiccioli, inferiore anche ai 400 euro all’anno stimati per eccesso dalle associazioni dei consumatori. La nostra vita dunque non cambia e per far ripartire il treno dello sviluppo, fermo in recessione, serve una ben diversa spinta.

Potrebbero interessarti anche