Le visioni dell’anima di Evgen Bavcar

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In mostra fino al 25 marzo gli scatti del fotografo sloveno, cieco dall’età di dodici anni. Un dizionario di immagini oniriche che trascendono la mera visione delle cose

ROMA – “Dopo aver perduto l’uso degli occhi terreni non volevo perdere anche la memoria del mondo che avevo visto, della mia amata patria, la Slovenia, e che per me sarebbe diventato lo specchio assolutamente universale che mi avrebbe permesso di creare nuovi mondi dentro me stesso”. Così Evgen Bavcar spiega il modo in cui è giunto ad usare la fotografia come linguaggio espressivo dopo la perdita della vista, quando aveva solo dodici anni.

La mostra che è appena stata inaugurata al Museo di Roma in Trastevere, aperta fino al 25 marzo, ci offre l’opportunità di conoscere questo artista straordinario le cui immagini sono una vera e propria sfida al limite fisico della sua cecità.

“Il buio è uno spazio” ci insegna come guardare e vedere siano due concetti estremamente diversi: Bavcar, con la sua profonda sensibilità, riesce a mostraci aspetti del visibile a noi ignoti, creando visioni dell’anima oniriche ed emozionanti. “Diventando cieco” afferma l’artista “ho capito che noi tutti abbiamo origine nel buio della trascendenza, come lo stesso Dio, prima di ordinare: “Fiat Lux!”. Questa trascendenza, comune a noi tutti, offre anche ai non vedenti il diritto di creare dizionari dell’immagine perché ciò che è possibile vedere non è necessariamente anche visto o percepito dallo sguardo di tutti o di chiunque”.

Questo particolarissimo dizionario dell’immagine prende forma dai ricordi e dalle suggestioni evocate dal mondo circostante, che Bavcar crea con l’aiuto di quello che definisce il suo “terzo occhio”, quello che ci permette di contemplare lo spazio onirico.

A chi gli domanda come fa a fotografare egli risponde “mi dovete chiedere non come, ma perché fotografo. Scatto in rapporto ai rumori, ai profumi e soprattutto in relazione alla mia esperienza della luce. Poi scelgo le mie foto facendomi consigliare da amici con lo sguardo libero da ossessioni personali”.

La mostra in esposizione a Roma presenta una selezione delle sue famose stampe in bianco e nero e, in anteprima assoluta per l’Italia, alcuni dei suoi scatti a colori.

L’artista, nato nel 1946 in Slovenia, è rimasto cieco da ragazzo dopo due terribili incidenti avvenuti nell’arco di un anno. Costretto a fuggire dall’oscurità esteriore, trova rifugio nei luoghi più nascosti della propria anima, percorrendo territori inesplorati ed indefinibili e restituisce il frutto della sua ricerca attraverso una serie di immagini mentali che attinge da un “presepe di ricordi”. Le sue fotografie hanno il profumo della Slovenia ed esprimono il ricordo di spazi, luci e forme della sua infanzia.

“Io vivo il buio come uno spazio e in esso creo l’utopia”: la cecità per Bavčar, quindi, non è un limite da colmare ma piuttosto una visione diversa e personale da condividere anche con chi non è fisicamente capace di vedere al buio. Questo itinerario attraverso le sue immagini, pertanto, ci sfida a usare il nostro “terzo occhio”, a guardare a fondo con tutti i nostri sensi, ad andare oltre la mera visione di quello che ci sta intorno. Un viaggio tra sogno e realtà, attraverso il quale l’artista ci mostra quello che cerca di vedere “oltre a ciò che è visibile, creando un linguaggio mio personale, in cui mi esprimo sempre e soltanto per me stesso e mai a nome di altri”.

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