Lo strano caso dei fondi scomparsi della politica

SLIDER_banconoteDopo il caso Margherita, spariti 26 mln dai fondi An. E anche i Radicali fanno i conti con un tesoriere “mago”

ROMA – I campi della politica, da quanto apprendiamo in questi giorni, sono disseminati di tesori nascosti. Forzieri straripanti che qualcuno ha seppellito sotto terra senza destare l’attenzione o, quantomeno, la perplessità di nessuno. Mentre i pezzi grossi si profondono in ingiurie, neanche troppo velate, alla gioventù nazionale, generalizzando impunemente su un’intera generazione, nessuno spreca più di tanto il fiato per stigmatizzare chi realmente lo meriterebbe. Per usare lo stesso metro di misura, qualcuno potrebbe dire che tutti i politici sono dei ladri.

Questo è il pensiero balenato nelle teste della maggior parte degli italiani dopo l’ennesima rivelazione shock riguardante i fondi scomparsi, letteralmente spariti nel nulla, di An. Eravamo rimasti infatti, qualche giorno fa, ai 13 milioni che Luigi Lusi, tesoriere dell’ormai defunta Margherita, investì in case e versò in conti correnti personali. Atto per cui è stato espulso dal gruppo, ma non da Palazzo Madama, per il momento. A questa è seguita l’analoga vicenda di An: questa volta i milioni sono 26, il doppio, e quello che davvero lascia sgomenti è che qualcuno possa aprire un conto corrente senza numero e nemmeno filiale e istituto di credito, metterci soldi pubblici e farne sparire le tracce. Per non parlare delle opulente parcelle ad avvocati non meglio individuati, delle consulenze dalle finalità misteriose, della locazione di immobili a prezzi stracciati, dell’attività di propaganda del Pdl come se An, dopo lo scioglimento, ne fosse una corrente.

Questo è quanto denuncia una relazione degli ispettori del Tribunale di Roma da cui prende avvio un’indagine della Polizia Tributaria e un’inchiesta della Procura della Capitale. La vicenda degli ammanchi al patrimonio di An è ricca di punti interrogativi e si inserisce nell’atmosfera tesa fra finiani ed ex compagni del Popolo delle Libertà. Il primo ad occuparsi del caso è stato il Tribunale civile, a cui venne chiesto il pronunciamento in merito alla dissoluzione di An. Ma, una volta accertata l’irregolarità, il giudice, non riuscendo a sbrogliare questa intricata matassa, ha nominato un collegio di commissari che avrebbe dovuto mandare in porto la liquidazione del patrimonio.

A portare il caso in procura è stata Rita Marino, storica segretaria di Gianfranco Fini, che un paio di mesi fa denunciò “distrazioni di denaro destinate a un giro di rimborsi e consulenze”. Trattandosi di soldi pubblici ecco che scatta l’ipotesi di reato.
Inoltre, un capitolo della relazione riguarda le dismissioni di immobili “senza nessuna indicazione sulla valutazione”, né tantomeno sul “vantaggio economico per l’associazione”. Nei bilanci non sarebbe stata registrata a norma di legge la donazione derivata dall’eredità della famiglia Colleoni per 365 mila euro”, cui apparteneva anche l’ormai celebre casa di Montecarlo. Altro punto che desta numerose perplessità è quello relativo ai 3 milioni e 750 mila euro “prestati” al Pdl e immediatamente restituiti. Dalla relazione apprendiamo che “di tale movimentazione non vi è traccia nel rendiconto chiuso al 31 dicembre 2010”. E questo, a quanto pare, è solo uno dei prestiti: dal bilancio ne emergono anche altri, tutti “concessi a fondo perduto”.

Se il caso Margherita e quello Alleanza Nazionale non ci avessero lasciati già abbastanza sgomenti, alla lista degli “Houdini” della politica, dulcis in fundo (molto poco dulcis, in effetti) arriva il caso Radicali che, se possibile, appare ancora più grottesco.

Il tesoriere del partito, Pasquale Quinto, detto Danilo, è accusato di appropriazione indebita per aver usato i fondi a lui affidati per spese personali. La lista delle spese che venivano iscritte nel bilancio del partito Radicale ha dell’incredibile: multe, bollette, centri benessere, ristoranti, hotel e chi più ne ha più ne metta. Evidentemente Quinto, per anni stretto collaboratore di Marco Pannella, ha pensato che la cura del corpo e le contravvenzioni non fossero affar suo ma interesse pubblico. Emma Bonino, che nei giorni scorsi si era prodigata in indignati commenti sui rimborsi elettorali e sui partiti che “per come sono fatti, devono andare a casa”, ora come la mette con casa sua? Fino ad oggi non si hanno notizie.

Di tutt’altro genere rispetto ai casi precedenti di rimborsi elettorali e gestioni poco trasparenti dei fondi, sono i dati portati alla luce dall’indagine condotta da Linkiesta sull’Udc. Il partito di Casini su un bilancio 2010 di 24,3 milioni di euro, riceve ben 19 milioni da rimborsi elettorali. In particolare le elargizioni liberali sono pari a 1,7 milioni di euro: un milione sono contributi di persone fisiche e 663 mila euro di imprese”. “Ben 600 mila euro – prosegue l’inchiesta – sono arrivati nelle casse nell’Udc grazie alla generosità di diversi componenti della famiglia Caltagirone e di un paio di società facenti capo alla stessa. In particolare Francesco Gaetano Caltagirone ha contribuito alle cause politiche di Casini, suo genero, con 100 mila euro, altrettanti soldi sono arrivati rispettivamente da Francesco, Alessandro e Gaetano Caltagirone, dalla WXIII/E e dalla Porto Torre Spa. Va anche aggiunto che i Caltagirone, proprietari dell’omonimo gruppo attivo nei settori del cemento, dei grandi lavori e dell’editoria, hanno espresso il meglio della filantropia nei confronti del partito centrista nel 2008. Nell’anno delle elezioni politiche infatti i Caltagirone, su 4,4 milioni di euro di contributi ricevuti dall’UdC, contribuirono complessivamente con 2,15 milioni di euro”.

La sensazione generale, ogni volta che la cronaca porta alla luce gli affari dei partiti, è quella di una sgradevole coltre di opacità che si cerca di gettare in tutti i modi per nascondere il più possibile quello che sta dietro i sorrisi da telecamera e i discorsi magniloquenti di chi ha in mano la res publica. La tanto decantata trasparenza non è cosa nostra, evidentemente.

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