Eni – Snam, divorzio all’italiana

Scaroni_sliderNel decreto Monti la separazione dall’Eni di tutta la Snam, non solo della Rete Gas. Due anni per l’eventuale spin-off


 

ROMA – L’articolo 15 del decreto legge Monti sulle liberalizzazioni (in via di ratifica in Parlamento) stabilisce che entro sei mesi sia varato un apposito decreto attuativo per la separazione della Snam dall’Eni. E’ la fine del tormentone che da anni affligge governi, parlamenti, authorities, esperti di ogni orientamento e colore? Non ci crede assolutamente nessuno.

Non occorre infatti avere una grande memoria per ricordare gli infiniti precedenti in materia. Si era partiti da una legge del 2003 (la n. 29) che disponeva lo spin-off e che rimase lettera morta. Ci vollero più di tre anni perché nel 2006 un’altra legge (!) prescrivesse di dare attuazione alla precedente disposizione. Niente da fare neppure questa volta.

Passa un anno e, in piena epoca di liberalizzazioni bersaniane, la legge finanziaria del 2007 prescrive che entro 24 mesi si proceda alla separazione della madre (Eni) dalla figlia (Snam Rete Gas). Non succede niente, finisce prematuramente la legislatura e il governo Berlusconi che subentra si limita a recepire la direttiva 2009/73/CE che rilancia la separazione giuridica e funzionale, ma non proprietaria.

E arriviamo così ai giorni nostri. Il decreto Monti, come si è visto, sancisce il distacco fra i due soggetti, secondo il modello ownership unbundling, che prefigura la separazione anche proprietaria del gestore della rete di trasporto dalla holding controllante. Ma nelle pieghe del provvedimento si nasconde un trabocchetto: il decreto parla di separazione della Snam SpA dall’Eni e non della sola Snam Rete Gas. Snam infatti, oltre alla rete di trasporto, significa anche attività di stoccaggio, rigasificazione e distribuzione del gas (Liquigas).

E allora? Allora non solo i tempi per arrivare al completamento dell’iter di scorporo di Snam dall’Eni si allungherebbero, secondo alcuni, almeno fino a due anni/due anni e mezzo, ma l’Autorità per l’energia, strenua sostenitrice della separazione, avrebbe sicuramente da obiettare sul conflitto che si creerebbe tra il gestore del trasporto e distributore di gas rispetto ai concorrenti. C’è già chi suggerisce, se mai la separazione dovesse andare in porto, di riportare Liquigas nell’ambito dell’Eni.

In teoria, volendo fare le cose per bene come vuole l’Antitrust, bisognerebbe realizzare non una, ma almeno due separazioni a cascata: prima tra Eni e Snam, che a quel punto sarebbe una holding indipendente con alcune società controllate per ogni ramo di attività: rete di trasporto, stoccaggio e rigassificazione. Poi da Snam andrebbe staccata, anche proprietariamente, una Società Distribuzione Gas indipendente in tutto e per tutto.

Insomma  un rompicapo praticamente insolubile, che oltre tutto lascerebbe irrisolto l’altro problema principe del divorzio: a chi cedere le quote di Snam SpA. La prima cosa che viene in mente a tutti è la ripetizione dell’operazione Terna quando la rete elettrica fu separata dall’Enel. Questo significherebbe per l’Eni cedere tutte le proprie azioni Snam alla Cassa depositi e prestiti, consentendo in tal modo di conservare un presidio pubblico in un settore strategico, sia pure liberalizzato.

Sfugge però ai fautori di questa soluzione un piccolo particolare: la Cdp oggi è già proprietaria del 26,4% dell’Eni. In capo dunque allo stesso soggetto rientrerebbe dalla finestra il tandem Eni-Snam appena fatto uscire dalla porta. E il presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, avrebbe sicuramente qualcosa da eccepire, così come fece a suo tempo Antonio Catricalà nel caso Enel-Terna.

Soltanto che questa volta non si potrebbe nemmeno ricorrere al giochetto dello scambio di azioni con il Tesoro (io mi tengo Terna e do a te le azioni Enel in mio possesso e tu in cambio mi dai le azioni Eni). Forse l’unica soluzione possibile a quel punto sarebbe la fusione tra loro dei due grandi gestori di  reti italiane in campo energetico, Terna e Snam, entrambe possedute (ad eventuale separazione avvenuta) dalla Cassa depositi e prestiti.

L’architettura generale di una simile operazione e i tempi eventualmente necessari per realizzarla, sono così complessi e aleatori da far dubitare seriamente della loro fattibilità (sempre che a qualcuno non vengano in testa scorciatoie privatistiche). Per cui l’idea che si possa trattare dell’ennesimo bluff concepito solo per guadagnare tempo, affinché nulla cambi, a molti non appare poi così peregrina.

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