Riforma della Difesa: parola d’ordine “tagliare”

Di_Paola_SliderDi Paola: riduzione di 43mila unità nel personale, ma più operatività. Diminuiti i caccia F-35: da 131 a 90

 

ROMA – La parola del giorno è stata senza ombra di dubbio “tagliare”. Meno uomini nell’esercito e riduzione del numero dei caccia da acquistare. Questo in sintesi il programma di riforma della Difesa, presentato ieri dal ministro Giampaolo Di Paola a Palazzo Chigi.

Oggi, davanti alle Commissioni Difesa di Camera e Senato, Di Paola entrerà più nel dettaglio e snocciolerà i numeri complessivi dello snellimento dello strumento militare. Il motivo del ridimensionamento delle spese legate alla Difesa è presto detto. “Abbiamo uno strumento militare sovradimensionato”, ha esordito l’ammiraglio, che ha anche spiegato che “per ogni 100 euro di ricchezza nazionale prodotta 90 centesimi vanno alle Forze armate, contro una media di 1 euro e 60 centesimi dell’Europa. E queste risorse vanno per il 70 per cento (contro il 50 per cento dell’Europa) al personale e solo il restante 30 per cento all’operatività e agli investimenti. Serve dunque una riforma che ribilanci le risorse da mettere a disposizione; questi 90 centesimi debbono essere spesi bene”. Dunque, meno ammiragli e più operatività.

Parlare di riequilibrio significa dunque tagliare necessariamente le spese per il personale. Oggi ci sono 183mila militari e 30mila civili nella Difesa: occorre scendere progressivamente, verso 150mila militari e 20mila civili, con una riduzione di 43mila unità. L’obiettivo, ha spiegato Di Paola, “si potrà raggiungere in dieci anni o poco più attraverso la riduzione degli ingressi del 20-30%, la mobilità verso altre amministrazioni, l’applicazione di forme di part time”. In particolare, per ammiragli e generali ci sarà una riduzione del 30%. Un percorso definito doloroso, ma necessario, così come quello previsto per i tagli alle strutture militari.

Annunciati interventi anche sugli armamenti, per motivi di equilibrio finanziario. Saranno infatti acquistati 90 caccia F-35 invece dei 131 previsti dal programma Joint Strike Fighter, con una riduzione di 40 unità. Anche se i caccia-bombardieri prodotti dalla Lockheed Martin restano comunque un punto essenziale nel modello di difesa italiano. Da tempo si discuteva di ridurre la commessa degli F-35, una parte dei quali destinati alla nuova portaerei Cavour, per motivi di bilancio. E ieri anche la Casa Bianca ha annunciato un rinvio nell’acquisto degli aerei per un taglio di circa 15 miliardi di dollari.

Duramente critica verso il ministro Di Paola l’organizzazione italiana per il disarmo che giudica la riforma della Difesa “un nuovo gioco di prestigio per fingere un cambiamento di rotta che nei fatti non esiste, una operazione di ripulitura con minime sforbiciate in pochi aspetti residuali senza portare un euro reale di risparmio nelle casse dello Stato”.

Secondo il coordinatore della Rete, Francesco Vignarca, “dopo la manovra ‘Salva Italia’, che ha chiesto pesanti sacrifici a tutto il Paese con tagli a pensioni, sanità e welfare ci saremmo aspettati un contributo anche dal comparto Difesa, specialmente con la soppressione di inutili e costosi sistemi d’arma come il cacciabombardiere F-35 Joint Strike Fighter. I soldi ricavati (ma non da subito) con il taglio di una parte del personale andranno invece solamente a coprire le maggiori spese previste per l’esercizio (formazione e manutenzione) ed investimento (sistemi d’arma)”.

La Rete per il disarmo contesta anche i dati forniti da Di Paola, secondo il quale l’Italia spenderebbe per la difesa solo lo 0,9% del pil contro l’1,6% della media europea, numeri definiti “palesemente falsi”, perché nel conteggio “non vengono mai considerati i fondi delle missioni all’estero e quelli messi a disposizione dell’industria militare da parte del ministero dello Sviluppo Economico, in questo modo fortemente sottostimando le spese complessive. “Se non volete credere a noi disarmisti almeno credete alla Nato – sottolinea Giorgio Beretta, ricercatore di Rete Disarmo – che in molti documenti ufficiali colloca la spesa militare italiana all’1.4% del Pil e non sotto l’uno percento come ostinatamente ribadisce il ministero della Difesa ad ogni occasione”.

Secondo infatti gli ultimi dati dell’Alleanza Atlantica la spesa militare dell’Italia è pari all’1,4% del pil nel 2010 mentre la media Nato è rispettivamente 3,3% e 3,5%.

L’Italia impiega invece il 72,6% della spesa per gli stipendi del personale (con un picco dell’81,9% nel 2006), una percentuale molto elevata rispetto ai principali partner. La Germania infatti spende per il personale il 58% del bilancio della difesa, la Francia il 52%, la Gran Bretagna il 35,7% e gli Stati Uniti il 46,7%. Sempre secondo il rapporto dell’Allenaza, spendiamo invece poco per gli equipaggiamenti militari, appena l’11,2% del bilancio della difesa rispetto al 18,5% della Germania, al 30,2% della Francia, al 24% di Gran Bretagna e Stati Uniti.

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