Riforma della Difesa, meno personale e più operatività

Carro_armatoIl piano del ministro Di Paola: ridotti di 43mila unità i militari e diminuiti i caccia F-35 da 131 a 90

 

ROMA – Quello presentato dal ministro della Difesa Giampaolo Di Paola, approvato dal Consiglio dei ministri e illustrato ieri alle Commissioni riunite di Camera e Senato, è il “piano di rimodulazione del nostro strumento di difesa”. In parole povere, il progetto di riforma delle nostre Forze Armate.

Come il ministro/ammiraglio ha sempre sostenuto, fin da quando era Capo di Stato Maggiore generale della Difesa, non esiste in astratto un modello di difesa valido in assoluto. Esso dipende dallo scenario geo-strategico internazionale e dagli obiettivi che gli si vogliono assegnare. Se, per esempio, in base alle strategie internazionali condivise all’Italia viene chiesto di impiegare uomini e mezzi in diversi teatri operativi internazionali, con compiti e regole di ingaggio diverse, il nostro apparato dovrà essere di una certa dimensione e qualità. Se al contrario, sempre per ipotesi, si riducesse alla funzione arcaica essenziale di difesa del suolo nazionale, chiaramente le opzioni sarebbero tutt’altre.

Al di là comunque delle vicende geo-politiche contingenti, oggi come oggi le nostre Forze Armate devono essere pienamente integrabili con quelle degli alleati, il che comporta una serie di conseguenze strategiche e operative, dalle più ovvie, come quella di parlare almeno la lingua inglese, alle più sofisticate, come la interoperatività tecnologica. Da qui è nata la necessità di introdurre una profonda revisione della Struttura Difesa, per armonizzarla ai livelli di efficienza e funzionalità europei non solo militari, ma anche industriali ed economicamente sostenibili.

“Abbiamo uno strumento militare sovradimensionato – ha detto l’ammiraglio ai parlamentari riuniti – e sottocapitalizzato. Per ogni 100 euro di ricchezza nazionale prodotta 90 centesimi vanno alle Forze armate, contro una media di 1,6 euro dell’Europa. E c’è di più: queste risorse vanno per il 70 per cento a coprire spese per il personale (contro il 50 per cento dell’Europa) e solo il restante 30 per cento è diviso a metà tra l’esercizio (addestramento e manutenzione) e gli investimenti (sistemi d’arma). Per contro la spesa d’investimento  per ogni militare è ferma a 16.424 euro, contro una media europea di 26.458 euro. Serve dunque una riforma che ribilanci in tutti i sensi le risorse da mettere a disposizione”.

In pratica, per quanto riguarda il personale, oggi nella difesa ci sono 183 mila militari e 30 mila civili: occorre scendere progressivamente, verso 150 mila militari e 20 mila civili, con una riduzione di 43 mila unità. L’obiettivo, ha spiegato Di Paola, “si potrà raggiungere in dieci anni o poco più attraverso la riduzione degli ingressi del 20-30%, la mobilità verso altre amministrazioni, l’applicazione di forme di part time”. In particolare, per ammiragli e generali ci sarà una riduzione ancor più drastica, non inferiore al 30% (vedi tabella) 

Organico_forze_armate

Anche gli interventi sugli armamenti, per rispettare gli obiettivi di equilibrio finanziario, non potranno essere lievi. Tra quelli già annunciati c’è il ridimensionamento del programma di acquisti dei nuovi caccia bombardieri F-35 dell’americana Lockheed Martin, che invece dei 131 previsti inizialmente dal programma Joint Strike Fighter, ne arriveranno 90. E altrettanto profondo sarà il taglio delle fregate europee multi-missione (Fremm) e di altri importanti sistemi d’arma.

L’intervento di razionalizzazione dello strumento si presenta dunque indispensabile, ma estremamente pesante. Tra gli addetti ai lavori c’è molta preoccupazione sugli sviluppi operativi di un piano che promette lacrime e sangue e rischia di fare dei militari, come dicono i diretti interessati, “gli agnelli sacrificali del risanamento delle finanze pubbliche”.

Potrebbero interessarti anche