Perché non scende il prezzo della benzina

Benzina_pompa_sliderTasse, costo industriale e fiscale. La denuncia di Poli Bortone sull’evasione fiscale delle ‘big oil’

ROMA – In Italia il prezzo della benzina, si sa, è tra i più cari d’Europa. Tutta colpa delle tasse che incidono per quasi il 50% sul costo finale che paghiamo alla pompa. D’altronde è noto che il carburante è il bancomat dello Stato che quando non sa dove prendere i soldi – dai tempi della guerra d’Etiopia ai giorni nostri – finisce puntualmente con l’applicare  nuovi balzelli alle sigarette e alla benzina.

Ma la colpa non è solo dell’erario. C’è anche un meccanismo di determinazione del prezzo dei combustibili tra i più astrusi e inefficienti, in base al quale, come tutti noi lamentiamo, quando il prezzo del petrolio sale la benzina e il gasolio lo seguono istantaneamente, quando scende non ce ne accorgiamo nemmeno quando andiamo a fare il pieno.

Ma come diavolo si forma questo prezzo? Ci sono due componenti essenziali, quella industriale e quella fiscale. Cominciamo dalla prima: il costo della materia prima, contrariamente a quello che si pensa, non è legato all’andamento del costo del petrolio greggio, ma alla quotazione Platts del relativo prodotto raffinato a cui le raffinerie vendono una determinata quantità di benzina o di gasolio in un determinato giorno.

Poi c’è il carico da novanta della componente fiscale che comprende le accise, nazionali e regionali e l’Iva. Attualmente l’accisa nazionale sui carburanti è pari ad euro 704,20 per ogni 1000 litri di benzina (593,20 per 1000 litri di gasolio). L’aliquota Iva è quella ordinaria del 21%. Infine il margine lordo, che si aggira mediamente intorno al 7-8% del prezzo finale del carburante, serve a remunerare tutti i restanti passaggi della filiera (stoccaggio, distribuzione primaria e secondaria, costi di commercializzazione nonché il margine del gestore e il margine industriale).

Sommando tra loro questi costi, se prendiamo un prezzo ipotetico alla pompa di 1,74 euro al litro di benzina, si avrebbero queste percentuali di incidenza

Petrolio raffinato (quotazione Platts)         €/lit 0,5826         33,49%
Margine Lordo                                           €/lit 0,1254             7,3%                                               
Accise                                                       €/lit 0,7042         40,48%
Irba regionale (variabile)                           €/lit 0,0258           1,50%
IVA 21%                                                    €/lit 0,3020           17,4%

Totale:                                                          €/lit. 1,74

Come si vede, la componente fiscale pesa per quasi il 60% sul prezzo finale della benzina, mentre la materia prima incide per il 33,5% e il margine lordo supera di poco il 7%.

In queste condizioni di rigidità del meccanismo come si può sperare in una riduzione significativa del prezzo della benzina? L’unica voce su cui teoricamente è possibile intervenire sarebbe il margine industriale e distributivo. Ma neppure il decreto Monti ci è riuscito, accontentandosi di qualche pannicello caldo assolutamente ininfluente. Se pure comunque si riuscisse a ridurre questa voce di un paio di punti, il beneficio per il consumatore finale non superebbe i 3-4 centesimi al litro.

E intanto le grandi compagnie, le famose “big oil”, proprio in tempi di aumenti dei prezzi internazionali del petrolio continuano a fare bilanci sontuosi. Magari avvalendosi anche di vecchi e nuovi privilegi duri a morire, come quelli denunciati, tra gli altri dalla senatrice Poli Bortone. La parlamentare leccese denuncia l’evasione fiscale delle compagnie in un’interrogazione al presidente del Consiglio e al ministro dell’Economia.

Per ogni litro infatti di prodotto destinato alle stazioni di servizio e immesso al consumo, la compagnia versa allo Stato una accisa che si aggira intorno allo 0,4722 euro al litro per il gasolio da autotrazione. Per quantificare il numero di litri caricati su una singola autobotte, le dogane (di stanza all’interno dei punti di carico) pesano l’autobotte e dividono il peso netto per il valore di densità del gasolio rilevato alla temperatura convenzionale di 15 gradi. Ad esempio, al peso netto di chilogrammi 27.100 rilevati sul bilico si applica la densità a 15 gradi che, nel caso di una determinata raffineria è, poniamo 0,8324, sicché dalla semplice divisione del primo numero per il secondo risultano 32.556 litri. La compagnia petrolifera versa allo Stato l’accisa (0,4722) su questo volume, cioé 15.373 euro per l’intero quantitativo.

La compagnia invece incassa dal consumatore (rivenditore o utilizzatore) per lo stesso peso di merce un volume maggiore in quanto commercializza a densità risultante dalla reale temperatura di carico, e non dalla temperatura convenzionale. Nell’esempio specifico quindi: il peso di 27.100 chilogrammi diviso la densità rilevata a temperatura ambiente pari a 0,8176 fa risultare un volume pari a litri 33.142, con una differenza di 586 litri che, moltiplicati per l’accisa gasolio di euro 0,4722, dà un maggiore introito nelle casse delle compagnie petrolifere pari a euro 276,70 (che può addirittura raddoppiare se lo sbalzo termico è maggiore.

“A conti fatti – conclude la Poli Bortone – 200 autobotti al giorno per 300 giorni l’anno di carico risultano 60.000 autobotti che, moltiplicate per 250 euro minimo di imposta non versata allo Stato, dà un totale di 15 milioni di euro (per il solo gasolio per autotrazione). Se lo stesso sistema di calcolo si applica anche ai carichi di gasolio da riscaldamento, di benzine, di olii combustibili, di carburanti per l’agricoltura, risulta evidente che il danno per le mancate entrate per lo Stato si aggira intorno ai 45/50 milioni di euro all’anno”.

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