All’Unirelab, oltre ai cavalli, corrono anche vacche grasse

Ippica_sliderI 5 componenti del Cda guadagnano 3mila euro al mese, il presidente del collegio sindacale 16mila per due mesi

 

ROMA – Che il mondo dell’ippica stia da tempo attraversando una fase di profonda crisi non è una novità. La riduzione delle corse e delle scommesse, unita al taglio dei trasferimenti statali per il settore, hanno infatti comportato una consistente dimunizione delle risorse a disposizione, con pesanti conseguenze anche sul numero degli occupati e degli addetti.

Quel che però non è altrettanto ovvio è che, contemporaneamente, all’Unirelab, società controllata dell’Assi (ex Unire), l’Agenzia per lo sviluppo del settore ippico, i tempi continuano ad essere propizi.

La società, costituita nel 2003 per risolvere il problema del doping, avrebbe dovuto consentire all’Unire di risparmiare sui controlli e di disporre di analisi sicure. L’Unirelab infatti si occupa dell’erogazione di servizi tecnici e sanitari per la corretta identificazione degli equidi e il contrasto del doping nelle attività ippiche. L’attività principale è la gestione di laboratori di analisi operanti nell’ambito della medicina forense veterinari e nei servizi diagnostici agli enti e ai privati.

Già ad ottobre dello scorso anno, creò più di una perplessità il cambio al vertice della controllata da parte dell’ex ministro dell’Agricoltura, Francesco Saverio Romano. Il ministro infatti con propria delibera sostituì l’amministratore unico di Unirelab , Stefano Varini, che godeva di un ottimo consenso tra gli addetti ai lavori e non solo. Al suo posto Romano piazzò cinque consiglieri che di equitazione, si dice, sanno (o forse meglio dire sapevano) ben poco.

Cinque nomine in una volta, cinque poltrone create dal nulla al posto di una, cinque stipendi a fronte di uno. Da 100mila euro a mezzo milione di euro (più le spese, si presume) andati a gravare sulle casse dello Stato. Cinque consiglieri, tutti siciliani proprio come l’ex ministro, chiamati per fare quello che faceva un solo manager.

Fatto sta che dopo appena cinque mesi la gestione e l’utilizzo delle risorse da parte dell’attuale gestione societaria ha già creato qualche malumore e fatto scattare qualche campanellino (!) d’allarme. Mentre infatti la legge stabilisce un compenso solo per il presidente e i consiglieri di amministrazione muniti di delega e solo un gettone di presenza per le sedute del Cda, risulta che ogni componente dell’attuale Cda ha percepito ad oggi una cifra di circa 3 mila euro mensili, senza che sia chiaro in base a quali presupposti normativi o delibere assembleari. Inoltre, il presidente e i due componenti del collegio sindacale, per i soli mesi di novembre e dicembre, avrebbero percepito compensi pari, rispettivamente, a circa 16 mila e 8 mila euro, mentre il precedente collegio sindacale percepiva poco più di 10 mila euro per l’intero anno.

La questione è stata sollevata in un’interrogazione in Commissione della Camera, da due parlamentari del Pdl, Paolo Russo e Viviana Beccalossi, che hanno chiesto delucidazione e chiarimenti al ministro delle Politiche agricole.

In un momento in cui si persegue una generale riduzione dei costi e dei posti nei consigli di amministrazione delle società pubbliche – sottolineano i due interroganti – merita una riflessione il fatto che in aziende anche di queste dimensioni operi un consiglio di amministrazione composto da cinque componenti.  Secondo Russo e Beccalossi, andrebbe inoltre valutata, in un quadro di perseguimento della maggiore efficienza, la possibilità di riattribuire all’Assi alcune funzioni e magari privatizzare attività che, per come sono svolte attualmente, appaiono più un peso che un vantaggio per la pubblica amministrazione.

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