Chi difende le nostre aziende strategiche?

Golden_shareRidimensionando l’uso della golden share si aprono le porte all’acquisto dei nostri ‘gioielli di famiglia’ da parte di operatori stranieri

 

ROMA – Venerdì il Consiglio dei ministri quasi certamente approverà un decreto legge con le nuove norme per l’uso da parte del governo della cosidetta “golden share”, cioè in pratica del suo diritto di veto su operazioni che coinvolgano aziende nazionali considerate di importanza strategica. Quel diritto, come si ricorderà, fu introdotto nella nostra legislazione societaria ai tempi della prima grande ondata di privatizzazioni partita nel 1992 a salvaguardia delle nostre imprese operanti nei servizi pubblici essenziali (energia, trasporti, ricerca, ecc.) e in settori strategici, come la difesa o la sicurezza.

Quella norma – peraltro mai utilizzata dal Tesoro – è stata contestata dalla Ue che ha aperto una procedura d’infrazione nei nostri confronti all’esame della Corte di Giustizia, mentre non si ha notizia che abbia preso analoghi provvedimenti nei confronti della Francia che ha una rete protettiva delle proprie aziende assai più vasta e impenetrabile. Il Commissario per il mercato interno, Michel Barnier, ha specificato che la procedura di infrazione è ancora aperta, lasciando però intendere che si stanno facendo passi avanti verso la possibile chiusura del dossier.

I passi avanti consistono nella decisione del governo Monti di allargare di molto le maglie della normativa antiscalata. Stando infatti alla bozza che ieri il preconsiglio dei ministri ha approvato, il nostro sistema di protezione si fa assai più fragile, quasi di carte velina, sia sotto il profilo delle procedure che del perimetro di applicabilità.

Tanto per cominciare, le nuovo norme si potranno applicare solo se il “cacciatore” sarà extracomunitario. Se invece è francese o tedesco potrà tranquillamente comprarsi la società che dà l’energia elettrica al Paese o quella che costruisce i mezzi per la nostra difesa. E l’Italia non avrà più alcun mezzo per opporsi

Il decreto inoltre affida all’intero Consiglio dei ministri, anziché al singolo ministro dell’economia o della difesa, la valutazione delle fattispecie per le quali far scattare la golden share. Ma a rendere ancor più complicata la decisione, di fronte ad una scalata ostile nei confronti, per esempio dell’Enel o dell’Eni, il Cdm dovrebbe valutare collegialmente di volta in volta l’adeguatezza dell’acquirente, le modalità di finanziamento dell’acquisizione, il progetto industriale e le garanzie di regolare prosecuzione delle attività svolte dalla società-preda. Se questa ragnatela di condizioni non equivale a sterilizzare la possibilità di stoppare qualsiasi intervento ci manca davvero poco.

Un articolo a parte è dedicato al settore della difesa, che più strategico di così non si può. Neppure in questo caso, di fronte ad una “minaccia effettiva di grave pregiudizio per gli interessi della sicurezza nazionale”, la golden share potrà essere usata automaticamente. Prima bisognerà valutare le condizioni relative alla sicurezza degli approvvigionamenti, alla sicurezza delle informazioni, ai trasferimenti tecnologici, al controllo delle esportazioni. E lo Stato o il Ministero della difesa avranno, pare, 15 giorni di tempo per valutare tutto questo, dopo di che il tempo per alzare la barriera di protezione sarà scaduto e, per esempio, la Finmeccanica, o pezzi di essa, potranno prendere il volo.

Idem per le nostre imprese che operano nei settori strategici dell’energia, dei trasporti e delle telecomunicazioni. Anche per loro la difesa da proposte straniere di acquisto potrà essere opposta solo “sulla base di criteri oggettivi e non discriminatori”. Che significa in concreto? Che ci si potrà opporre al tentativo di scalare p.e. l’Eni solo nella “eventualità di legami tra gli operatori coinvolti e organizzazioni criminali”, o se l’operazione non appare idonea a garantire “la continuità degli approvvigionamenti, il mantenimento, la sicurezza e l’operatività delle reti e degli impianti, il libero accesso al mercato”. E secondo voi c’è qualcuno in procinto di impadronirsi dell’Eni che non giurerà di mantenere in eterno le forniture di gas o di petrolio al nostro Paese?

Riesce francamente difficile capire che bisogno c’era di smontare le linee di difesa che erano state allestite vent’anni fa e successivamente rafforzate l’anno scorso con la creazione presso la Cassa depositi e prestiti del Fondo strategico italiano (Fsi) con l’obiettivo prioritario di “sostenere le imprese strategiche italiane”. La procedura d’infrazione da parte dell’Unione europea? L’Italia ne ha a decine e questa certo non è la meno difendibile.

Le preoccupazioni d’altronde aumentano quando si leggono gli argomenti che nei giorni scorsi hanno preparato il terreno al decreto legge di domani. Tra gli epigoni italiani della scuola liberista di Chicago, fautori dichiarati delle privatizzazioni ad ogni costo, e il “Sole 24 Ore” che plaude stamattina al governo che ha scelto di “tutelare i gioielli di famiglia con un provvedimento d’urgenza” (mentre sta aprendo la cassaforte), c’è chi, come il direttore del “Mondo” vuol apparire più realista del re. Dice infatti Romagna-Manoja che è giusto riservare l’uso della golden share soltanto all’ingresso di azionisti extracomunitari nel capitale delle società italiane partecipate dal Tesoro o di rilevanza strategica”. Se insomma “la francese Total volesse lanciare un’opa sull’Eni, o la tedesca E.on puntasse alla conquista dell’Enel, o l’inglese British Aerospace muovesse all’attacco di Finmeccanica”, si accomodassero pure, il governo italiano non avrebbe nulla da obiettare.

Salvo al successivo capoverso ammettere che “senza golden share – è sempre lo stesso Romagna Manoja che scrive – e con i corsi azionari così bassi, il rischio che si svendano gli ultimi pezzi del sistema-Paese diventerebbe altissimo………..Se il Tesoro o la Cassa depositi e prestiti scendessero oggi sotto il terzo del capitale che controllano in Eni, Enel e Finmeccanica (ma poi, per non farsi mancare niente, suggerisce di aggiungere alla lista anche la Rai, le Poste, le Ferrovie dello Stato, la Sace e Fintecna, ndr) il rischio opa sarebbe elevatissimo”.

Se le cose stanno così, e pare proprio che stiano così, che c’è da applaudire?

Potrebbero interessarti anche