Alle aste della Bce corrono tutti, ma proprio tutti

Bce_eurotowerTra gli istituti accorsi, ci sono anche società finanziarie di case automobilistiche che usufruiscono dei fondi

ROMA – A conclusione delle due aste di rifinanziamento della Banca Centrale europea, un ‘tesoro’ per tutti gli istituti di credito che ne hanno usufruito a man bassa, c’eravamo chiesti che cosa le banche avrebbero fatto di questi fondi avuti in prestito (quasi in regalo) dalla Bce.

L’auspicio di tutti era ed è ovviamente che le banche impieghino la nuova, abbondante liquidità di cui ormai dispongono in primis nel sostegno all’economia reale, ossia alle famiglie e alle imprese. Ma non è affatto detto che lo facciano. Non solo perché, neanche due giorni dopo l’ultima asta del 29 febbraio scorso, da Francoforte è arrivata la notizia del ‘record depositi delle banche di 820,8 miliardi di euro’. Gli istituti infatti hanno depositato presso la Bce prima 776,9 miliardi, poi oltre 800 il giorno dopo. Della serie i soldi mettiamoli in cassaforte che è meglio.

A questo si aggiunge il fatto che, mentre nella prima asta la Banca centrale europea ha erogato 489,19 miliardi di euro a favore delle banche commerciali che operano nell’area euro, nella seconda sono stati assegnati 529,53 miliardi di euro, un record che ha oltrepassato le attese medie. Gli istituti che hanno fatto richiesta sono stati, rispettivamente 523 e 800, incoraggiati dal presidente della Banca Mario Draghi e dalle banche centrali nazionali ad approfittare dell’offerta «senza alcun timore di suscitare sospetto», per evitare il credit crunch in atto e riparare i bilanci e i mercati, abbreviando i tempi della ripresa.

Tra le ragioni dell’incremento delle richieste, oltre alla forte partecipazione anche di banche medio-piccole e ai minori timori di una ricaduta negativa in termini di reputazione, vi è stata per la prima volta la partecipazione di soggetti non propriamente bancari. Già i numeri della prima asta lasciavano pensare a una platea allargata, dal momento che normalmente le controparti che partecipano a operazioni di finanziamento sono circa 200, quindi le 523 dell’asta del 21 dicembre 2011 annoverano tra loro soggetti che non avevano mai usufruito dei programmi della Banca centrale europea, pur avendone diritto.

In quella del 15 febbraio, tra gli 800 accorsi, risulta la casa automobilistica francese Peugeot – che controlla anche Citroen – che aveva avanzato, attraverso la sua divisione bancaria Banque Psa, una richiesta di prestito collateralizzato alla Banca centrale europea, presentando a tal fine una garanzia superiore a 1 miliardo di euro per poter partecipare all’asta.

La partecipazione al rifinanziamento del 29 febbraio è stata confermata anche dalla Renault che ha acquisito un finanziamento per 350 milioni di euro circa attraverso la sua finanziaria Rci Banque, un’operazione dettata, per stessa ammissione della società, non per bisogno di liquidità ma per approfittare di tassi vantaggiosi. Le medesime intenzioni sono state manifestate da Volkswagen, Bmw e Siemens, anch’esse dotate di licenze bancarie per il credito al consumo, ovvero per i servizi finanziari che offrono ai clienti che comprano i loro prodotti.

Si tratta in verità di operazioni consentite, in quanto si tratta di istituzioni finanziarie che devono rispondere a requisiti minimi di riserva attraverso i quali si garantiscono il diritto a partecipare alle operazioni di finanziamento, ma discutibili in una situazione economica come quella attuale.

La competitività dell’asta Ltro (long term refinancing operation) è tale da renderla una fonte alternativa di finanziamento a tassi estremamente vantaggiosi, visto che poi alcune aziende useranno come collaterale prestiti al consumo. Va, tuttavia, ricordato che il credito che queste aziende ottengono a tasso d’interesse bassissimo non si traduce in maggiore liquidità nel sistema, quindi in credito ad aziende e famiglie, ma in un «carry-trade industriale» a unico beneficio dell’azienda stessa, la quale ottiene finanziamenti per potenziare non solo il credito al consumo verso nuovi clienti a tassi certamente più alti dell’1 per cento che paga alla Banca centrale europea, ma anche operazioni di ristrutturazione, potenziamento, fusione o partnership.

Il fatto che operatori dell’economia reale, e non del credito, intervengano direttamente nel campo del rischio di operazioni di rifinanziamento porterà con sé l’ulteriore espansione della categoria di collaterale offerta e accettata dalla Banca centrale europea, abbassandone quindi lo standard e alimentando il rischio al rialzo della pressione inflazionistica nell’eurozona.

A questo punto alcuni parlamentari del Partito Democratico chiedono al Governo di promuovere in sede europea l’esclusione dalle aste della Banca centrale europea delle società finanziarie dei gruppi industriali, riservando tali aste ai soli istituti di credito, al fine di evitare un’alterazione della concorrenza e un ingiusto drenaggio di risorse finanziarie destinate a garantire liquidità alle imprese e alle famiglie.

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