Donne e sistema previdenziale, dibattito senza fine

Donne_a_lavoroNel giorno della festa del gentil sesso, ci si interroga, anche alla Camera, sul rapporto tra donne, lavoro e pensione

ROMA – La festa della donna porta sempre con sé una scia di polemiche. È giusto festeggiarla? Si può ricordare e rispettare la figura femminile soltanto in questo giorno? Oppure col tempo ha perso il suo significato per trasformarsi nell’ennesima ricorrenza consumistica, con i suoi business e la sua retorica? Tuttavia, è sempre una occasione per riflettere sulla condizione del gentil sesso ai giorni nostri e sulle sue conquiste, vere o presunte, soprattutto nel mondo del lavoro. Quello dell’occupazione è un tema caldo in un periodo di profonda crisi economica che ha costretto numerosi paesi, tra cui anche l’Italia, a rivedere il proprio sistema di accesso al mondo del lavoro, di opportunità e previdenza.

Tutto ciò ha in realtà dimostrato quanto ancora debba essere fatto nel nostro Paese per promuovere l’uguaglianza di opportunità tra i due sessi. Meno di una donna su due partecipa al mercato del lavoro, al Sud meno di una su tre: continuiamo ad essere il Paese europeo con il tasso di occupazione femminile più basso in Europa, fatta eccezione per Malta.

Siamo rimasti al 74esimo posto su 134 Paesi nella classifica del Global Gender Index del World Economic Forum. Le donne sono la categoria più colpita, insieme ai giovani, dalla crisi economica: per loro trovare un lavoro diventa sempre più difficile. Alla luce di questi dati, perdono di consistenza anche i pochi tentativi fatti a sostegno della presenza femminile sul posto di lavoro e nelle cariche dirigenziali: la legge sulle quote rosa rappresenta il punto di arrivo di un percorso non privo di ostacoli, di cui ancora si attende di vedere gli effetti. La convinzione che le quote siano contrarie a un principio di meritocrazia non è ancora stata sconfitta e c’è il timore che la qualità di consiglieri e sindaci possa peggiorare. Eppure le donne nel nostro Paese sono più istruite degli uomini, i talenti femminili abbondano e sono stati finora largamente sotto-utilizzati.

Ma il vero problema, in questo momento nel nostro Paese, è rappresentato dal sistema previdenziale delle donne. Secondo la tabella di marcia della riforma, già nel 2020 l’età di pensionamento in Italia sarà la più alta in Europa, con 66 anni e 11 mesi per uomini e donne, a fronte dei 65 anni e 9 mesi della Germania e i 66 della Danimarca. E questo primato si consoliderà successivamente perché la stessa riforma prevede adeguamenti periodici dell’età di pensionamento alla speranza di vita. Così si arriverà, secondo le previsioni, a 68 anni e 11 mesi nel 2040, a 69 anni e 9 mesi nel 2050 e a 70 anni e 3 mesi nel 2060, anno in cui la Germania, se non interverranno riforme, sarà ferma a 67 anni, il Regno Unito a 68.

Come sostenuto da alcuni deputati del Partito democratico in una interrogazione presentata ieri a Montecitorio, “fino al 1992 le donne potevano percepire la pensione di vecchiaia Inps già dai 55 anni con almeno 15 anni di contributi, con il decreto legislativo n. 503 del 1992 con gradualità sono aumentati i requisiti sia anagrafici che contributivi; fino al dicembre 2011 le donne potevano percepire la pensione di vecchiaia Inps dai 61 anni (60 anni + «finestra» prevista dalla legge n. 122 del 2010) con almeno 20 anni di contributi; per quanto riguarda le pensioni vigenti il calcolo effettivo della pensione cui si ha diritto può portare ad una misura molto limitata e in presenza di redditi precisi una pensione può essere integrata al trattamento minimo; nel 2009 sono 4.171.946 le pensioni di vecchiaia integrale al trattamento minimo, le titolari donne sono ben 3.329.838, gli uomini 842.108”.

“Con le modifiche introdotte dall’attuale Governo- sostengono i parlamentari-, si è procrastinata la decorrenza del trattamento pensionistico per risparmiare e con l’ottica di mantenere le persone più a lungo al lavoro, perché l’aspettativa di vita è aumentata, ma non si è promossa l’occupazione e soprattutto non si stanno attivando misure specifiche per le persone meno giovani, non si riesce offrire lavoro a chi lo ha perso, aumentando le fasce deboli, e in questa situazione di reale difficoltà occupazionale non c’è gradualità nell’innalzamento dell’età per accedere alla pensione, in modo particolarmente grave per la pensione di vecchiaia delle donne”.

Il governo dovrebbe dunque intervenire per far sì che venga promossa l’occupazione femminile, offrendo, almeno alle donne di 60 anni, a partire da oggi per i prossimi 4 o 5 anni, opportunità occupazionali, ossia un lavoro per poter compensare la mancanza del reddito da pensione, seppur minimo, sui cui pensavano di poter contare per vivere.

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