Il Surrealismo di Salvador Dalì al Vittoriano

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La mostra offre la possibilità di decifrare il pensiero di questo genio, come lui stesso si definiva, per trovare un filo conduttore comune a tutte le forme espressive alle quali si è dedicato


Il Vittoriano celebra il surrealista Salvador Dalì con una mostra incentrata sul suo rapporto con l’Italia. Di lui il grande pubblico conosce gli “orologi molli” che esprimono la deperibilità delle cose prodotta dallo scorrere continuo del tempo, o gli “elefanti” che perdono la pesantezza del corpo nel loro poggiare su gambe lunghissime e filiformi, o gli oggetti scomposti e galleggianti nello spazio del dipinto, ma anche i suoi baffi a manubrio, la sua multiforme personalità rivolta ad esplorare i diversi generi espressivi, la sua grande vena provocatoria.

La mostra, curata da Montse Aguer e Lea Mattarella, offre la possibilità di decifrare il pensiero di questo genio, come lui stesso si definiva, per trovare un filo conduttore comune a tutte le forme espressive alle quali si è dedicato.

Dal 1929 Dalì aderisce al Surrealismo di André Breton al quale consegna apporti nuovi richiamando l’attenzione su un particolare fenomeno di patologia della psiche, la paranoia. Il paranoico costruisce un’immagine della realtà o più immagini di essa che dipendono dalle pulsioni di desideri inconsci. Il surrealismo di Dalì sostituisce alla realtà “simulacri” che fanno emergere aspetti della sfera inconscia. Le scene che vengono rappresentate in alcuni dei suoi dipinti sembrano realistiche o tutt’al più un insieme di distinte visioni realistiche ma appaiono invece come segni di ossessioni, momenti mutevoli di un delirio. Questi dipinti rimandano ad una conoscenza precisa della storia dell’arte figurativa antica appresa anche nelle sue lunghe permanenze in Italia.

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In mostra emergono i dipinti che si ispirano a Michelangelo, c’è una fotografia in cui si presenta in vestiti raffaelleschi, tutto rivela una sua predilezione per il manierismo piuttosto che per la grande pittura classica, ma fondamentale risulta anche la conoscenza dei protagonisti del Novecento italiano, fra tutti del grande Giorgio de Chirico. Molti sono infatti gli esempi che rimandano al Pictor Optimus, alle sue inquadrature, alle prospettive metafisiche, a stralunati manichini (sorprende anche un treno in un lavoro del 1928 che lo cita direttamente).

Eppure il giudizio non benevolo di De Chirico che lo bollò come “l’antipittore per eccellenza”, trasporta l’artista spagnolo nella contemporaneità per quell’avvicinamento a stili e linguaggi differenti, al design per esempio (sorprendono gli oggetti della famosa sala di Mae West, soprattutto il divano a forma di labbra), al cinema (il più famoso resta il film con Buñuel ma anche Hitchkock, il teatro di Visconti e i cartoni animati della Walt Disney) ma anche alla performance, usando narcisisticamente la sua stessa persona come opera vivente che ne fa il precursore di artisti come Warhol, Cindy Sherman, il nostro Luigi Ontani.

La grande vitalità fisica e mentale di questo protagonista dell’arte rivela tuttavia un profondo istinto di morte che si respira in tutta la sua produzione e che ne fa emergere la figura di dandy che vuole stupire il mondo per non morire. Più sottile è però leggere questi elementi, insieme alle continue citazioni di immagini, pensieri, azioni, in un percorso alchemico come ben ha delineato Maurizio Calvesi nella mostra “Arte e Scienza” della Biennale di Venezia del 1986. E la ricerca della pietra filosofale o dell’oro appare chiaramente espressa, in mostra, nell’opera del 1981 “Il cammino dell’enigma” in cui oscure forme chiuse si muovono ordinate nello spazio fino ad aprirsi e a disseminare polvere d’oro. L’arte come l’unica via che può aiutare a percorrere e a decifrare un itinerario spesso oscuro e misterioso.

(Maria Grazia Tolomeo)

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