Chi si ficca nel piatto ricco dell’Acea?

piazza-campidoglio-sliderAll’esame della giunta capitolina un mega piano di riordino delle partecipazioni e di riduzione del debito


ROMA – Nelle intenzioni di Alemanno, quello di oggi doveva essere il gran giorno della “rivoluzione finanziaria” della Capitale. Nell’ordine del giorno della giunta di mercoledì 14, infatti, il sindaco avrebbe voluto mettere la riunificazione di tutte le partecipazioni delle aziende municipali in un’unica Super Holding; l’autorizzazione alla vendita dell’11% dell’Acea; la privatizzazione di Atac e Ama; la dismissione delle quote comunali in Aeroporti di Roma e Centrale del Latte.

Le motivazioni erano più che condivisibili: ridurre il debito pregresso che, nonostante la gestione commissariale, non riesce a scendere sotto i 10 miliardi di euro; contenere il piano di tagli che, secondo la Ragioneria, dovrebbe prevedere per alcuni assessorati addirittura la riduzione a metà delle risorse; razionalizzare e valorizzare una selva eterogenea di partecipazioni molte delle quali senza alcun reale fondamento di business.

Ma la strada scelta per conseguire tali obiettivi era quella giusta e, soprattutto, praticabile? Qualcuno poteva immaginare che un’operazione di proporzioni bulimiche come questa potesse andare liscia in porto? Francamente nessuno. E infatti puntualmente è scoppiato l’inferno. Assessori in rivolta contro il piano dei tagli, opposizioni che tuonano contro la svendita dei “gioielli di famiglia”, Giunta sull’orlo della crisi per le minacciate dimissioni di Visconti e Aurigemma colpiti rispettivamente dalla vendita del 40% di Ama e Atac.

Le_partecipazioni_Roma_Capitale

A questo punto che resta nell’odg della giunta di domani? Se si esclude la Super Holding, per la quale andranno sciolti preventivamente non pochi nodi giuridici, economici e finanziari, nel piatto resta soltanto l’Acea. Forte del fatto che la legge Monti sulle liberalizzazioni ha confermato l’obbligo per gli enti locali di ridurre la loro partecipazione nelle aziende municipali in misura non superiore al 40% entro il 2013 e al 30% entro il 2015, Alemanno ha voluto “portarsi avanti col lavoro” e intende mettere subito sul mercato l’11% dell’Acea.

Se dunque il governo capitolino domani desse disco verde alla cessione, si potrebbero avviare gli adempimenti propedeutici all’operazione. E non si tratta affatto di passaggi burocratici, a cominciare naturalmente dalla valutazione dell’Azienda che, anche se quotata in Borsa, comporterà analisi complesse di asset, di aree di business, di prospettive di sviluppo. L’agenzia di rating Fitch per esempio proprio l’altro giorno ha ridotto il suo giudizio a lungo termine sulla utility romana da A ad A-, con un outlook negativo. Al contrario, in Borsa il titolo Acea continua a brillare e, dopo gli aumenti già registrati nei giorno scorsi, anche stamattina ha guadagnato il 2,35%.

E poi c’è il problema dell’acqua. Se si vendesse l’11% dell’azienda integrata si andrebbe sicuramente incontro ad accese contestazioni per violazione dei vincoli imposti dal referendum popolare sull’acqua. Così come si renderebbe tutta l’operazione più aleatoria per l’incertezza dei nodi tariffari e regolamentari che l’Authority per l’energia non ha ancora sciolto. Ma se d’altro canto si volesse stralciare il settore idrico dal resto del gruppo sicuramente si renderebbe molto meno appetibile l’oggetto per compratori interessati ai grossi investimenti nel sistema idrico.

E, last but not least, ci sarebbe da stabilire la procedura di gara per la cessione della ricca partecipazione. Sulla carta le possibilità sono tre. Prima, una trattativa privata con i cosidetti “investitori privilegiati”, che nel caso specifico sarebbero Francesco Gaetano Caltagirone, che già possiede il 15,035% di Acea (sempre che non abbia nel frattempo ulteriormente arrotondato il suo pacchetto di azioni), e i francesi di Suez-Gaz de France con l’11,515% (oltre al 51% del Comune, il resto dell’azionariato, cioè il 22,450%, è in mano a piccoli azionisti). Ma l’ipotesi è troppo carica di rischi, polemiche e sospetti per essere realisticamente perseguita.

Restano dunque le altre due possibilità. Incaricare un advisor di prendere contatti con una serie di investitori potenzialmente interessati, come istituti di credito, fondi di investimento o la solita Cassa depositi e prestiti, chiamata a far da salvagente ogni volta che c’è da vendere pezzi di aziende pubbliche. Oppure, come ultima chance, bandire un’asta pubblica a livello internazionale. Alla domanda se c’è già stata qualche avance da parte di qualche azionista o investitore, il presidente Acea ha risposto di non saperne assolutamente nulla.

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