Arcus, cala il sipario sulla società cassaforte del Mibac

Palazzo_Propaganda_FideTra i motivi della probabile chiusura diversi finanziamenti clientelari e copiose spese di gestione per i 10 dipendenti

 

ROMA – Arcus verso la chiusura. Il sipario sulla società per azioni del ministero dei Beni culturali sarebbe imminente, forse già nel prossimo Consiglio dei ministri.

A prendere la decisione i due ministri deputati, Lorenzo Ornaghi dei Beni culturali e Corrado Passera delle Infrastrutture.

Proprio ieri, sollecitato dal presidente onorario del Fai Giulia Mozzoni Crespi, il ministro Ornaghi ha parlato di Arcus, dicendo che sulla spa “è in atto una valutazione, che parte dal ministro delle Infrastrutture Corrado Passera” e precisando di considerare la società “uno strumento”.

“Si sta valutando se è ancora funzionale – ha aggiunto il ministro -. Fatta la valutazione, si procederà, se sono necessarie, a razionalizzazioni e riorganizzazioni”.

Secondo quanto apprende l’Ansa, il governo starebbe effettivamente valutando una profonda modifica dell’ente, modifica che potrebbe arrivare fino alla sua liquidazione. I fondi fino ad oggi gestiti dalla società (con bilanci in attivo), derivanti dal 3 per cento degli investimenti nelle grandi opere, rimarrebbero comunque in capo ai due ministeri coinvolti, infrastrutture e beni culturali.

Il ‘the end’ sarebbe emerso da una serie appunto di motivi. Dell’Arcus, dei suoi progetti, della sua gestione, degli oltre 200 milioni di euro annui finanziati dal dicastero di Passera, si è sempre saputo ben poco. Quello che invece è sempre stato alla ribalta delle cronache sono i finanziamenti della società cassaforte del ministero beni culturali, distribuiti a pioggia in maniera clientelare. Lo dimostra ad esempio un finanziamento a Propaganda Fide in due tranche di 5 milioni di euro per la ristrutturazione del palazzo di piazza di Spagna, per cui è attesa una sentenza della procura della Corte dei conti per danno erariale. O ancora soldi alla ricerca archeologica in mano alla sorella dell’avvocato Ghedini o al figlio del giudice Renato Squillante. Senza contare poi le copiose spese di gestione, per sede di lusso in via Barberini (18 mila euro mensili per alloggiare 10 dipendenti) e non solo.

Secondo il quotidiano La Repubblica, a spingere per la chiusura è stato soprattutto Mario Ciaccia, primo responsabile di Arcus, defenestrato da Rocco Buttiglione quando era al Mibac, ora viceministro di Passera.

Il ministro, in un ottica di risparmio e razionalizzazione, starebbe comunque seriamente pensando di chiudere la società per azioni che ha anche avuto il merito in questi anni di finanziare progetti altrimenti dimenticati.

Lo stesso governo assicura però che i 200 milioni che ogni anni venivano girati ad Arcus non saranno distolti dagli impieghi in cultura. Il problema semmai è che di questi solo 30 milioni erano liquidi, mentre gli altri servivano ad accendere mutui: cosa possibile ad una struttura privata come Arcus ma impossibile per il Mibac.

Potrebbero interessarti anche