Est modus nella lotta all’evasione fiscale

GDF-_SLIDERNegli interventi dei presidenti dell’Autorità per la privacy e della Corte dei conti i limiti di una legislazione di emergenza

 

ROMA – La vecchia diatriba tra garantisti e giustizialisti, tra colombe e falchi, tra buonisti e forcaioli, rispunta ogni volta che si affrontano situazioni gravi di emergenza. Può essere considerata tale l’odierna lotta all’evasione fiscale? Senz’altro sì se si considerano le condizioni critiche che il Paese attraversa e il bisogno spasmodico di risorse per assicurare i servizi essenziali ai cittadini.

Dunque l’evasione fiscale uguale al terrorismo e a tangentopoli? Fatte le debite proporzioni, si può convenire sulla necessità di una legislazione di emergenza, purchè si abbia consapevolezza dei suoi limiti temporali e operativi. E qui gli italiani tornano a dividersi, tra Raffaele Bonanni, secondo cui “il contrasto all’evasione fiscale dovrebbe essere ancora più ficcante e pressante; è una guerra senza quartiere dove il merito fa premio sul metodo (come dire, il fine giustifica qualsiasi mezzo, ndr), e Guido Crosetto, il quale sostiene che “i limiti dello stato democratico vanno rispettati sempre e qui non lo sono; queste norme fiscali sono il suicidio di un’economia”.

Pressione_fiscale

Chi ha ragione? Se sulla lotta all’evasione c’è un consenso pressoché unanime, sui metodi di repressione non sono tutti d’accordo. L’ha ricordato bene il presidente dell’Autorità italiana per la protezione dei dati personali, guidata da Francesco Pizzetti, quando ha detto che “è in atto, ad ogni livello dell’amministrazione, una spinta al controllo e all’acquisizione di informazioni sui comportamenti dei cittadini che cresce di giorno in giorno e può condurre a fenomeni di controllo sociale di dimensioni spaventose”. Pur consapevole che il contrasto all’evasione fiscale richiede interventi di straordinaria efficacia, il presidente dell’Autorità per la privacy ammonisce che “siamo in presenza di strappi forti allo Stato di diritto e al concetto di cittadino che ne è alla radice. È proprio dei sudditi essere considerati dei potenziali mariuoli. È proprio dello Stato non democratico pensare che i propri cittadini siano tutti possibili violatori delle leggi. In uno Stato democratico, il cittadino ha il diritto di essere rispettato fino a che non violi le leggi, non di essere un sospettato a priori”.

Il confronto tra merito e metodo non può quindi essere di natura manichea. D’altronde lo stesso direttore dell’Agenzia delle entrate, Attilio Befera, la bestia nera degli evasori, così scriveva tempo fa ai suoi collaboratori: “Se la nostra missione ha lo scopo fondamentale di accrescere il livello di adempimento spontaneo degli obblighi fiscali, dobbiamo distinguere bene fra i comportamenti che favoriscono il raggiungimento di tale scopo e i comportamenti che finiscono invece per vanificarlo. Intendo quindi richiamare ognuno alle proprie responsabilità e ribadire ancora una volta che la nostra azione di controllo può rivelarsi realmente efficace solo se è corretta. E non è tale quando esprime arroganza o sopruso o, comunque, comportamenti non ammissibili nell’ottica di una corretta e civile dialettica tra le parti…Rimango poi sconcertato quando mi viene riferito che qualcuno, a giustificazione di tali comportamenti, farebbe presente di operare in quel modo per necessità di raggiungere l’obiettivo assegnato. Devono invece valere sempre – nell’attività di controllo così come in quella di servizio – le modalità di relazione che i contribuenti stessi elogiano: disponibilità, cortesia, capacità di ascolto, chiarezza nelle spiegazioni, attenta valutazione senza preconcetti di problematiche complesse, volontà di cogliere la sostanza delle questioni e di trovarne tempestivamente la soluzione…Se esigiamo serietà e coerenza dai contribuenti, dobbiamo noi per primi dare prova di serietà e coerenza nel rispetto dei principi cui diciamo di ispirare la nostra azione. La regola da seguire è in fondo molto semplice. È una regola di rispetto: comportiamoci tutti, come funzionari del Fisco, così come vorremmo essere tutti trattati come contribuenti”.

Ci viene il dubbio che, dopo questa, ci sia stata un’altra lettera circolare di Befera ai dipendenti dell’Agenzia, che a noi forse è sfuggita.

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