Sanità, boom della spesa privata. Parte la caccia al ‘low cost’

Farmacia_sliderOltre 30 miliardi la spesa dei cittadini per la salute. E per il 31,7% degli italiani la qualità del Ssn è peggiorata

ROMA – È stimato in 17 miliardi di euro nel 2015 il gap tra le risorse di cui ci sarebbe bisogno per coprire i bisogni sanitari dei cittadini e i soldi pubblici che presumibilmente il Servizio sanitario nazionale avrà a disposizione. Questo il primo dato messo emerso dalla ricerca del Censis ‘Quale sanità dopo i tagli? Quale futuro per le risorse in sanità?’ sullo stato di salute della sanità italiana. Poche risorse pubbliche rispetto ai bisogni reali, con tagli inevitabili ai servizi. È quindi questo lo scenario della sanità in Italia se i trend attuali troveranno conferma.

Se le risorse pubbliche rallentano, sia pure in modo diseguale, continua invece ad aumentare la spesa sanitaria privata dei cittadini. Dati Istat indicano infatti che tale spesa è stata pari ad oltre 30,6 miliardi di euro nel 2010, con un aumento pari al 25,5% nel decennio 2000-2010, e soprattutto nel periodo 2007-2010, periodo di crisi conclamata, l’incremento è stato pari all’8,1%.

Se i fattori che fanno aumentare la spesa sanitaria privata sono molti e di diverso tipo, non si può però non leggere la sua dinamica crescente senza tenere conto degli interventi di potatura del Servizio sanitario e, quindi, un certo “effetto sostituzione” tra pubblico e privato sicuramente in atto. Emblematico è il caso della spesa per i farmaci, con un taglio del 3,5% della spesa pubblica e un incremento della spesa privata del 10,7% nel triennio 2007-2010. Per le famiglie aumenta il peso dei ticket sui farmaci (a fine anno si supererà di molto il miliardo di euro) e, se non verranno aboliti, arriverà presto la stangata dai ticket su diagnostica, specialistica e pronto soccorso, che unita a quella sui farmaci sarà un nuovo salasso stimabile in 4 miliardi di euro.

Spesa_sanitaria_privata

“L’indagine presentata dal Censis – dichiara la Cgil, così come riportato da Quotidianosanita.it – conferma tutte le preoccupazione che abbiamo espresso in questi mesi: i tagli lineari e una gestione ragionieristica in sanità indeboliscono il nostro servizio sanitario nazionale e mettono in discussione il diritto costituzionale alla salute come elemento che unifica il nostro Paese e garantisce i cittadini”.

Ma l’Italia da un punto di vista sanitario non è affatto tutta uguale. Lo dimostrano alcuni dati della ricerca secondo cui la qualità della sanità peggiora soprattutto nelle Regioni dove i tagli sono maggiori. Per il 31,7% degli italiani il Servizio sanitario della propria Regione è peggiorato negli ultimi due anni (lo pensava il 21,7% nel 2009), per il 55,3% tutto è rimasto uguale a prima, e solo per il 13% c’è stato invece un miglioramento (ne era convinto il 20,3% nel 2009).

Nelle Regioni con Piano di rientro (Abruzzo, Calabria, Campania, Lazio, Liguria, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna e Sicilia), più del 38% degli intervistati afferma che la sanità è peggiorata nei due anni precedenti e solo meno dell’8% dichiara che è migliorata (con un saldo tra miglioramento e peggioramento molto negativo, pari a -31%). Nelle Regioni senza Piani di rientro i cittadini che parlano di un peggioramento sono il 23,3%, mentre per il 19,4% c’è stato un miglioramento. La sanità peggiora dunque nelle Regioni in cui i Piani di rientro hanno imposto controlli rigidi della spesa e tagli a servizi e prestazioni: in queste Regioni si spende meno rispetto al passato, ma per ora non si spende meglio.

Perché gli italiani spendono di più per la salute. La spesa sanitaria privata è cresciuta del 25,5% in dieci anni. L’aumento non dipende solo dalle recenti manovre di bilancio. Ci sono settori dalla copertura pubblica da sempre giudicata inadeguata, come l’odontoiatria, con il 95% della spesa a carico dei privati, quasi 12 miliardi di euro l’anno.

Al moltiplicarsi dei piccoli disturbi, le persone cercano risposte rapide, molto spesso a spese proprie, per continuare a svolgere le funzioni quotidiane in famiglia e al lavoro. Sono milioni gli italiani afflitti da piccole patologie, dai dolori muscolari, alla vista, alle allergie. Di fronte a questi piccoli disturbi e a sintomi non gravi, il 39% degli italiani consulta subito il medico di base, il 31% tenta di curarsi stando a casa (con riposo, alimentazione corretta, ecc.) e il 15% assume qualche farmaco che in altre occasioni si è rivelato efficace. Un altro esempio di spesa privata è quella per i medicinali non convenzionali, pari a 1,7 miliardi di euro l’anno.

Cresce sensibilmente il “low cost”. Anche nella sanità è partita la caccia alle offerte. Si cercano prestazioni a prezzi più bassi, di qualità accettabile, con buoni tempi di accesso. È stimato in 10 miliardi di euro il valore della sanità «low cost». Questo segmento di mercato crescerà del 25% l’anno. I tagli dei prezzi delle prestazioni sono di solito non inferiori al 30%, ma possono arrivare al 60% e sul web si moltiplicano le offerte (dall’odontoiatria ai servizi di prevenzione) con sconti fino all’85% rispetto ai comuni prezzi di mercato.

Nella componente privata del mercato sanitario cresce dunque l’appeal del low cost, destando però qualche preoccupazione a causa della mancanza di controlli di qualità e per la possibile induzione di una domanda impropria con risposte inappropriate. Un esempio è la medicina e la chirurgia estetica, con un milione di italiani (di cui 800mila donne) che vi hanno fatto ricorso nel corso della loro vita, settore nel quale si registrano molte offerte promozionali low cost.

Aspetti_negativi_strutture_sanitarie

Secondo il segretario nazionale dell’associazione medici dirigenti (Anaao-Assomed), Costantino Troise, “l’Italia è il Paese dove la sanità diventa un mercato a basso costo, una grande ‘porta portese’ dilatata dal web, dove la qualità e la sicurezza diventano beni difficilmente controllabili. Ecco cosa succede se si tagliano i servizi e si riducono le prestazioni”, conclude Troise.

Per riportare l’equilibrio tra assistenza sanitaria e risorse limitate, oltre il 56% degli italiani ritiene che occorra rendere più efficienti le strutture, i servizi e il personale. Il 29,4% pensa alla modulazione dei ticket rispetto al reddito disponibile e il 29,5% richiama la necessità di controlli più rigorosi sull’attività prescrittiva dei medici di medicina generale. Prevale cioè fra i cittadini la convinzione che siano necessarie forme di efficientizzazione e controllo, e tale convinzione è molto forte anche nelle Regioni più esposte in termini di deficit e meno virtuose: nelle regioni in Piano di rientro il richiamo alla necessità di migliorare l’efficienza di strutture, servizi e personale è opinione condivisa dal 65,5% (nelle altre regioni dal 51%).

L’approccio realistico dei cittadini alla sostenibilità della sanità ottiene ulteriore conferma dai dati relativi al giudizio sul ticket per contenere il consumo di farmaci; infatti, il 48,5% degli italiani valuta il ticket come uno strumento necessario per limitare l’acquisto di farmaci, mentre è il 31,4% a definirlo come una tassa iniqua ed il 17% come uno strumento inutile. Addirittura nelle Regioni in Piano di Rientro è il 47,9% a ritenere che il ticket sia uno strumento utile ed efficace, in grado di limitare l’acquisto dei farmaci, di contro al 31,2% che afferma che si tratta di una tassa iniqua, e al 20,9% che lo considera inutile, perché non incide sui consumi dei farmaci da parte dei cittadini.

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