Tassa sui rifiuti, illegittima l’Iva al 10 per cento

Tariffa_rifiutiI Comuni continuano ad applicare l’imposta nonostante le più alte magistrature l’abbiano dichiarata illegale

 

ROMA – A partire dal 1999 molti Comuni hanno sostituito la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (Tarsu) con la tariffa di igiene ambientale (Tia), come definito dal cosiddetto decreto Ronchi.

Le principali differenze tra Tarsu e Tia sono essenzialmente due. La prima guarda il calcolo del contributo che, nel caso della Tarsu è effettuato sulla base dei metri quadrati del proprio immobile (con una riduzione nel caso si viva da soli), nel caso della Tia, invece, la tariffa è determinata da una quota fissa del servizio, ai quali si aggiunge una componente variabile legata al numero dei componenti del nucleo familiare, e calcolata, cioè, in base ai rifiuti effettivamente prodotti, anche se alla fine così non è stato.

La seconda riguarda l’evoluzione positiva, specialmente in alcune realtà, tesa ad incentivare sempre più la raccolta differenziata ed i comportamenti delle utenze finalizzati a ridurre i rifiuti alla fonte, a massimizzare il recupero ed a minimizzare il ricorso alla discarica.

Con il passaggio da «tassa» a «tariffa», i Comuni dove ciò è avvenuto hanno applicato su quest’ultima l’Iva al 10 per cento, nonostante la sentenza della Corte costituzionale del luglio 2009 abbia stabilito che la Tia è una tassa e non una tariffa, pertanto sulla stessa non è applicabile l’imposta sui consumi.

La maggior parte dei Comuni coinvolti continuano tuttora ad applicare impropriamente l’Iva, nonostante anche la Cassazione, con sentenza dell’8 marzo scorso, abbia confermato definitivamente l’illegittimità dell’imposta.

L’ultima sentenza, spiega il senatore dell’Idv, Elio Lannutti, smentisce e censura il comportamento del Governo precedente, che aveva cercato di aggirare 17 milioni di cittadini interessati, declinando le proprie responsabilità ed ostinandosi a non dare applicazione alla sentenza della alta Corte costituzionale. Il Governo aveva infatti cercato di aggirare la questione con una circolare del ministero dell’Economia e delle finanze e con un decreto-legge, poi modificato in legge, «cambiando» nome alla TIA da tariffa di igiene ambientale (TIA 1) in tariffa integrata ambientale (TIA 2), etichettandola come prestazione di servizio su cui è applicabile l’Iva. Ovvero ne aveva cambiato solo il nome senza cambiare la sostanza.

Mancando però il regolamento attuativo per la nuova TIA 2 il Governo aveva stabilito che ad essa andasse applicato il regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica del 1999 della TIA 1, sulla quale l’Iva è stata dichiarata illegittima.
Della vicenda, quasi kafkiana, il senatore Lannutti, ha chiesto al presidente del Consiglio e al ministro dell’economia quali iniziative intendano adottare al fine di dare piena applicazione alle sentenze della Corte costituzionale e della Cassazione, restituendo l’Iva pagata indebitamente da milioni di cittadini attraverso uno storno sulle future bollette o consentendo la detrazione dell’importo non dovuto nelle dichiarazioni dei redditi.

Nel frattempo per quanto riguarda i cittadini romani sono in arrivo agevolazioni sulla tassa con l’applicazione del quoziente familiare. Il Campidoglio metterà infatti in bilancio 27 milioni, sette in più dello scorso anno, che favoriranno circa 100mila famiglie.

“Per il calcolo della Tia si utilizzerà un nuovo indice Isee, che tenga conto della numerosità del nucleo – ha spiegato il sindaco Alemanno – Il quoziente servirà così a colmare l’anomalia di questa tariffa che, paradossalmente, penalizza chi ha maggiori carichi familiari”.

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