Governo e sindacati all’ultimo round

Monti_Fornero_sliderLe incognite della trattativa non solo sulla regolamentazione dei licenziamenti. Esito incerto sul negoziato con le parti sociali

ROMA – Le cose per la riforma del mercato del lavoro si complicano. E anche il governo Monti, per dirla con Woody Allen, a dispetto di un’ostentata salute, non si sente affatto bene.

Il fine settimana infatti non è stato propizio per l’immagine dell’esecutivo impegnato nella faticosa trattativa con le parti sociali. Aveva cominciato lo stesso leader intervenendo a Milano al convegno della Confindustria dal titolo evocativo “Cambia Italia”. Reduce dall’incontro con l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, Monti ha detto chiaro e tondo qual è il suo pensiero in tema di rapporti industriali. “Chi gestisce la Fiat ha il diritto e il dovere di scegliere le localizzazioni più convenienti. Non ha nessun dovere di ricordarsi solo dell’Italia……Non si può pensare che in un Paese, e in uno soltanto, a causa delle proprie radici un’impresa debba essere oggetto di un permanente scrutinio investigativo sulla politica industriale da parte di persone che non hanno particolare esperienza al riguardo”.

Come la pensasse sulle relazioni nel mondo del lavoro, lo si era capito anche prima di sabato, ma sbatterlo in faccia alle persone “inesperte” con le quali domani mattina ti devi incontrare per risolvere un problema fondamentale del Paese è sembrato obiettivamente un tantino improvvido. Qui non è questione di articolo 18 (a quello ci ha pensato ruvidamente il ministro Fornero ospite ieri sera di Fabio Fazio), o di “dottrina americana” contrapposta alla “dottrina tedesca”, quanto di una concezione arcaica del mondo del lavoro, che forse nemmeno Milton Friedman oggi si sognerebbe di enunciare, o almeno non in questi termini.

Senza entrare nel merito della trattativa sulla riforma del lavoro che domani dovrebbe imboccare la dirittura d’arrivo (se il lavoratore licenziato può essere reintegrato solo per provvedimento discriminatorio, come vuole il governo, o anche per ragioni economiche o disciplinari, come vuole il sindacato), va detto che l’integralismo delle posizioni espresse dai membri dell’esecutivo non aiuta di certo Susanna Camusso a far digerire alla Fiom le sue timide aperture sull’art. 18, né Pierluigi Bersani a chiamare a raccolta deputati e amministratori locali del Pd alla vigilia delle elezioni.

Il governo dice “o si trova l’accordo o noi andremo comunque dritti per la nostra strada”. Come se il problema fosse questo e non invece un semplice spostamento del confronto di merito dal tavolo del negoziato al Parlamento dove la conversione di un eventuale decreto legge riproporrebbe negli stessi termini, anzi con un sovraccarico di tensioni politiche, una discussione che potrebbe rendere addirittura aleatorio anche un voto di fiducia.

Alcuni tra i più avveduti osservatori sostengono che Monti stia tirando troppo la corda, mettendo con le spalle al muro le imprese, i lavoratori, le loro rappresentanze sindacali e le loro espressioni politiche. Se avere tanti nemici rappresenta ancor oggi, a livello internazionale, un punto d’onore, non si sa. Di certo però rende quanto mai incerto il risultato finale della partita.

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