Operazioni poco trasparenti sui derivati

Morgan_Stanley-_SLIDERUn volume di titoli sottoscritti con banche americane a copertura dei rischi di cambio e di tassi di interesse

 

ROMA – Finalmente un po’ di luce sui titoli derivati dello Stato italiano. Infatti dopo la notizia appresa per caso dall’agenzia Bloomberg qualche giorno fa di un pagamento di 3,4 miliardi di dollari alla Morgan Stanley da parte del ministero del Tesoro, sull’operazione era calato il silenzio. L’unica cosa che trapelava da via XX Settembre era che il pagamento si era reso obbligatorio dopo che la banca americana aveva esercitato all’inizio dell’anno una clausola rescissoria inserita a suo favore in un contratto swap del 1994.

Il merito della trasparenza è dovuto in gran parte ad un solerte deputato dell’Italia dei Valori, Antonio Borghesi, che in un’interpellanza urgente ha chiesto al ministro dell’Economia “se è vero che a Morgan Stanley è stato fatto questo versamento in un momento così difficile per il nostro Paese per permettere a questa società di ridurre la sua esposizione verso lo Stato italiano di una cifra così rilevante e se è vero che questa operazione in realtà sarebbe stata agevolata da una triangolazione con il gruppo Intesa”.

A quel punto sono usciti fuori dati e notizie di cui nessuno sapeva niente. Si è appreso così, dalla risposta del Sottosegretario per l’istruzione, l’università e la ricerca, Marco Rossi Doria (che non si sa bene che cosa c’entri, ndr), che “ad oggi il valore complessivo di strumenti derivati a copertura del debito emessi dalla Repubblica italiana ammonta a circa 160 miliardi di euro, a fronte di titoli in circolazione, al 31 gennaio 2012, per 1.624 miliardi di euro. Quindi, il nozionale ammonta a circa il 10 per cento dei titoli in circolazione”.

Di questi 160 miliardi, circa 100 miliardi sono interest rate swap (cioè contratti assicurativi sulle variazioni dei tassi di interesse sul debito), 36 miliardi cross currency swap (assicurazioni sui tassi di cambio) e 20 miliardi swaption (opzioni per entrare in un interest rate swap in data futura).

Nel caso specifico, il Sottosegretario ha tenuto a puntualizzare che il 3 gennaio scorso il Tesoro “ha proceduto alla chiusura di alcuni derivati in essere con Morgan Stanley (due interest rate swap e due swaption), per un controvalore di 2,567 miliardi di euro, in conseguenza di una clausola rescissoria presente nel contratto quadro del 1994 che regolava i rapporti tra la Repubblica italiana e la banca in questione. Tale clausola era unica e non presente in nessun altro contratto quadro”. Si sarebbe dunque trattato di un rapporto bilaterale Stato italiano-banca americana, senza il coinvolgimento di nessuna altra parte (leggi Banca Intesa).

Della risposta di Rossi Doria l’interpellante Borghesi si è detto solo in parte soddisfatto perché almeno si è saputo qual è l’esposizione del nostro Paese in derivati, che non è piccolissima dal momento che si tratta di circa il 10 per cento dell’ammontare complessivo del nostro debito. Per niente soddisfatto invece Borghesi per la specifica operazione Morgan Stanley. Anche altri Paesi infatti nei mesi scorsi avevano cercato di liberarsi delle posizioni debitorie verso l’Italia per cifre rilevanti. “Dunque – sostiene il deputato Idv – l’idea che ci sia stata una chiusura volontaria anticipata della posizione può dare adito a qualche riflessione che tiene conto anche dei soggetti interessati da questa operazione. Per carità, nessuno pensa che sia un delitto il fatto che il figlio del Presidente del Consiglio lavori per Morgan Stanley e che il capo country manager di Morgan Stanley in Italia sia Domenico Siniscalco, che è stato ministro dell’Economia e delle finanze. Certo, la trasparenza in questi casi è necessaria perché da qui ad un ipotetico conflitto d’interessi – che basta che sia ipotetico per essere negativo – qualche ragionamento dovrebbe pur essere fatto”.

Alla stessa richiesta di trasparenza e fornitura di dati giungono altri osservatori, molti dei quali sorpresi dalle dimensioni e dalla qualità del debito pubblico. Alessandro Penati, tra questi, rivendica per i cittadini italiani il diritto di sapere quale sia complessivamente l’esposizione in derivati dello Stato e con quali banche. La domanda è: “Chi, con quali diritti e responsabilità, sulla base di quali considerazioni e con quali limiti di rischio, ha il potere di ‘scommettere’ volumi ingenti di denaro dei cittadini?”. La risposta tranchant starebbe nella “liquidazione di tutte le posizioni in derivati dello Stato”.

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