Il braccio di ferro della riforma del lavoro

Camusso_SLIDERCgil sul piede di guerra, pronta a dichiarare lo sciopero generale contro il progetto di riforma del Governo

 

La dichiarazione di guerra della Cgil

La notizia era annunciata: la Cgil dichiara guerra alle norme proposte dal governo per la riforma del mercato del lavoro e in particolare per l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. In una nota sindacale si annuncia una mobilitazione dura e articolata che punta a ottenere risultati concreti nel dibattito parlamentare della riforma.

”Non sarà la fiammata che si esaurisce in un giorno, che il governo ha già messo in conto; abbiamo il dovere di portare a casa dei risultati prima che si avvii un biennio di espulsioni di massa nelle aziende”, ha detto oggi Fulvio Fammoni, segretario confederale, introducendo la riunione del Direttivo nazionale della Confederazione riunito a corso d’Italia.

Le iniziative proposte riguardano una petizione popolare per raccogliere milioni di firme; iniziative specifiche con i giovani per contrastare le norme sbagliate sul precariato; campagna nazionale a tappeto di informazione in tutti i territori; prime mobilitazioni nei posti di lavoro e nei territori; assemblee in tutti i luoghi di lavoro; avvio del lavoro con la Consulta giuridica per i percorsi legali (ricorsi, ecc); 16 ore di sciopero generale, di cui 8 per le assemblee e 8 in un’unica giornata con manifestazioni territoriali e assemblee nei posti di lavoro. La data sarà definita sulla base del calendario della discussione in Parlamento.

Le reazioni politiche delle prima ora

Scontata l’approvazione del progetto governativo da parte del Pdl e dell’Udc, e altrettanto ovvio il no di Lega e Idv, tutti gli occhi sono puntati sul Pd in grande difficoltà. Il segretario Bersani, consapevole dei rischi altissimi che corre il partito, è fuori dalla grazia di dio. “Rompendo il tavolo il presidente del Consiglio si è mosso non calcolando le conseguenze per il Paese, non per il sindacato, non per la Cgil”. Non lo dice, ma l’ “irresponsabilità” del premier e del ministro del lavoro è il motivo che ispira le dichiarazioni a caldo a via del Nazareno.
Il Pd è già plasticamente spaccato in due e non ci vuole tanto a capirlo, basta mettere a confronto i proclami delle due anime del partito. L’ala riformista parla con Gentiloni: “Non abbiamo alternative. Proveremo a fare delle proposte, a cambiare qualcosa. Ma la strada è questa e il Pd non può tirarsi indietro”. “E’ stato fatto un lavoro importante, sia nel metodo che nella sostanza – gli fa eco Fioroni – e se il governo presenterà un testo conforme ai principi finora largamente condivisi, il Pd non potrà che sostenerlo”. Francesco Boccia va anche oltre: “Spezzare il cordone ombelicale con la Cgil e regolare i conti con il sindacato”.

Sull’altra “sponda” Stefano Fassina è categorico: “In Parlamento il Pd valuterà autonomamente il merito e proporremo i nostri emendamenti. Ci sono punti positivi che vanno sottolineati e ci sono dei buchi enormi”. Sul tavolo, al centro della partita in corso, c’è comunque il legame storico e politico con la Confederazione di Susanna Camusso, ma c’è soprattutto il rapporto con milioni di lavoratori. Da qui il tormento di queste ore all’interno del Partito Democratico

Le altre due confederazioni sindacali

Il più favorevole all’accordo è senz’altro Raffaele Bonanni. Il segretario della Cisl infatti non ha fatto mistero di apprezzare il cambiamento che la riforma del lavoro ha subito “in tutti i suoi  capitoli, sulle tipologie dei rapporti industriali, sugli ammortizzatori sociali, sulla flessibilità del lavoro in uscita. Il cambiamento di impostazione da parte del governo è molto forte”.

Più sfumata la posizione espressa lapidariamente dal segretario della Uil Angeletti: “Per un giudizio positivo servono modifiche”. Nel merito, la condivisione riguarda i licenziamenti disciplinari dove è stato riconosciuto il potere del giudice di reintegrare il lavoratore espulso senza giusta causa. Per i licenziamenti per motivi economici, Angeletti ricorda che anche in questi casi la decisione tra reintegro e indennizzo andava rimessa al magistrato. “Il testo governativo non dice così”.

Potrebbero interessarti anche