A Testaccio il Macro parte con Tirelli

Macrto_TestaccioIl protagonista delle ricerca romana occupa due grandi padiglioni esaltando la potenza degli spazi e la poesia del suo lavoro

 

ROMA – L’ambizioso programma di Bartolomeo Pietromarchi, nuovo direttore del MACRO, dopo la scintillante presentazione di alcune nuove sperimentazioni del giovane panorama artistico italiano e internazionale al Macro di via Nizza, si concentra sulla realizzazione di un progetto creato appositamente per gli spazi del Macro Testaccio da uno dei protagonisti della ricerca romana, Marco Tirelli. L’artista occupa due dei grandi  padiglioni esaltando, con il suo lavoro, la potenza degli spazi e allo stesso tempo rivelando la forza e la poesia del suo lavoro.

Tirelli fa parte di quel gruppo di San Lorenzo che a Roma si posero protagonisti di restituire le molteplici istanze che venivano da una realtà che si frantumava dopo la fine delle ideologie e che recepiva l’impossibilità di cimentarsi in complesse narrazioni ma, contro il nomadismo della transavanguardia, il più tradizionale citazionismo o la complessità delle nuove tecnologie elessero, a mezzi d’espressione, tecniche tradizionali come la pittura e la scultura. Si rivolsero perciò a potenziare il potere dell’ immagine che diventa centrale per le possibilità ad essa connesse. Tirelli, fin dall’inizio del suo percorso artistico persegue alcuni punti di vista: una idea di ambiguità della visione, una attitudine al rigore minimalista, una grande abilità artigianale, un lavoro che sottintende una vera passione, una forte tensione creativa. Raccoglie infiniti appunti, note, diari, fotografie, disegni, schizzi di varie forme, soprattutto architettoniche dalle quali trae spunti per le sue grandissime tele in cui le immagini tuttavia arrivano a perdere i riferimenti alla realtà.

Le forme affiorano da fondi senza luce, da un caos primigenio che ne esalta la unicità e che è frutto di un lavoro lungo e continuo e ripetitivo, tecnica che ne esalta la purezza e la lontananza da ciò che ci sembra conosciuto. Un magico pulviscolo le colloca in una relazione con lo spazio, con la luce, fino a farne raggiungere una impressione di immaterialità  che forse mira ad  evocare la poesia di cui sappiamo che si sia nutrito da sempre, quella di Leopardi, di Novalis, di Schiller.

Questo lavoro che sembra semplice, tradizionale si rivela invece molto innovativo e appare come una delle possibilità per conoscere il mondo e le sue leggi, ed è quello di indagare, ripercorrere infinite volte uno stesso cammino, una stessa azione, uno stesso sentimento e lo avvicina a tante sperimentazioni attuali anche molto diverse. E’ un lavoro infatti che si dilata alle dimensioni dell’ambiente che lo ospita nel solco delle ricerche care ai minimalisti ma anche a molti  contemporanei e, superando il concetto di  studiolo rinascimentale al quale sembra ispirarsi, diventa uno dei modi di leggere il mondo e la sua complessità, come si può immediatamente fare di fronte alla potenza visiva  di uno dei due padiglioni del Macro.

(Maria Grazia Tolomeo)

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