I fantasmi di via Rasella che sempre ritornano

Via_rasellaLa morte di Rosario Bentivegna non spegne ancora le polemiche che seguirono l’eccidio delle Fosse Ardeatine

 

ROMA – Nemmeno la morte, avvenuta l’altro giorno a Roma all’età di 89 anni, ha spento le polemiche che hanno accompagnato per quasi settant’anni la vita di Rosario Bentivegna. Gli opposti accenti di queste ore, tra la sinistra che commemora il “grande eroe della Resistenza” e la destra che “non versa una lacrima per un assassino”, riproducono il controverso giudizio politico che dei fatti di via Rasella del 23 marzo 1944 e del successivo eccidio delle Fosse Ardeatine è stato dato in questi anni.

Quel giorno, nella Roma occupata dai nazisti, Bentivegna ed altri giovani comunisti appartenenti ai Gruppi di azione patriottica (Gap) prepararono un attentato contro un battaglione SS Bozen che ogni giorno verso le 14 risaliva per via Rasella. Travestito da spazzino, lo studente di medicina spinse sino al luogo fissato un carretto carico di 18 chili di tritolo e spezzoni di ferro che esplose al passaggio delle SS. Morirono 32 tedeschi. Per rappresaglia il comando tedesco decise di uccidere dieci italiani per ogni SS caduto. La sentenza venne eseguita nelle vecchie cave di argilla della via Ardeatina, dove furono trucidati 335 italiani scelti tra i detenuti comuni, i politici e gli ebrei.

Per tutta la vita gli avversari, ma anche alcuni della sua stessa parte, sostennero che Bentivegna e i suoi compagni avrebbero dovuto consegnarsi ai tedeschi per evitare l’eccidio e risparmiare le vite di innocenti. Contro questa tesi Bentivegna ha vinto numerose cause sostenendo che non ci fu nessun manifesto che invitava i partigiani a consegnarsi e che la prima notizia delle Fosse Ardeatine si ebbe solo il 25 marzo del ‘44, a tragedia ormai consumata. Gli avversari hanno invece sempre sostenuto che fin dagli inizi dell’occupazione i tedeschi avevano tappezzato i muri di Roma di manifesti con la tragica minaccia della rappresaglia (10 italiani per ogni tedesco ucciso).

La sua vita successiva di militante comunista “scomodo” non ha mai cancellato il ricordo di quell’impresa che lo stesso Bentivegna e la sua ex moglie Carla Capponi non hanno mai smesso di raccontare e di difendere in numerosi libri e interviste, come quando contestò il filosofo Norberto Bobbio che aveva definito l’azione di via Rasella un «attentato terroristico». Lui invece ha sempre sostenuto che tutte le azioni partigiane, compresa via Rasella, furono azioni di guerra necessarie per contrastare i movimenti delle truppe occupanti ed evitare i bombardamenti degli Alleati su Roma.

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