Il fiume in piena dei (nostri) soldi ai partiti

Camera_sliderGli scandali delle tesorerie ripropongono il tema del finanziamento pubblico dei partiti


ROMA – Umberto Bossi si è dimesso dopo vent’anni dalla segreteria della Lega Nord travolto dalla malagestione dei soldi del partito in mano ad un tesoriere “disinvolto” come Francesco Belsito che, oltre a se stesso, ha beneficiato anche i membri della famiglia del “capo”. Francesco Rutelli respinge con sdegno le accuse rivoltegli dal tesoriere della ex Margherita, Luigi Lusi, per aver intascato centinaia di migliaia di euro per la sua fondazione personale.

Questo è solo lo scandaloso bollettino delle ultime settimane in tema di finanziamenti pubblici, pardon di rimborsi elettorali, ai partiti politici italiani. Un fiume di denaro dei contribuenti che in poco meno di quarant’anni ha ingrassato formazioni politiche, compagnie di giro, giornaletti clandestini, pseudo centri studi e patrimoni personali.

E dire che gli italiani nel 1993 avevano provato a mettere fine al bengodi con un apposito referendum che votò a larghissima maggioranza la fine del finanziamento pubblico dei partiti. Insorsero le vestali della libertà e della democrazia e il Parlamento, ignorando la volontà popolare, cambiò solo il nome alla mangiatoia, da finanziamento pubblico a rimborso elettorale, lasciando identica la sostanza, anzi facendole fare un bel salto in avanti.

E tutti i partiti indistintamente partecipano alla festa. Nel ’93 il governo Amato stabilisce che ogni italiano versi 1.600 lire per “contributi alle spese elettorali”. Prodi quattro anni dopo introduce il 4 per mille in favore dei partiti con una stanziamento iniziale equivalente a 56,8 milioni di euro di oggi, poi aumentato a 82,6 milioni. Con il governo D’Alema si fa un altro bel salto. Siamo nel ’99 e si stabiliscono cinque distinte fonti di rimborso delle spese elettorali per ogni tipo di consultazione (Camera, Senato, Europa, Regioni, referendum). Il conto per il cittadino si fa più salato e passa da 1.600 a 4.000 lire. Risultato: le elezioni europee di quell’anno ci costano 86,5 milioni di euro, le regionali dell’anno dopo 85,9 milioni e 476,4 milioni le politiche.

I governi Berlusconi che seguiranno segnano l’apoteosi dei rimborsi. Tanto per cominciare le 4.000 lirette di prima diventano 5 euro, che porta il contributo annuo degli italiani alle casse dei partiti da 193,7 milioni a 468,8. E, come ciliegina sulla torta, tutti approvano la norma che i quattrini debbano arrivare per tutti e cinque gli anni della legislatura, a prescindere dalla sua effettiva durata. Questo spiega, tra l’altro, il fenomeno dei soldi che continuano ad entrare nelle tasche della Margherita anche dopo la sua scomparsa.

Tra le prime elezioni politiche della seconda Repubblica (1994) e le ultime del 2008, Paolo Baroni ha calcolato che le forze politiche hanno incassato 2,25 miliardi di euro a titolo di rimborso delle spese elettorali, a cui vanno aggiunti i finanziamenti pubblici all’editoria di partito che sono un’altra pietra dello scandalo. Nel solo 2008 infatti sono stati erogati a questo titolo più di 25 milioni di euro, con il primato dell’Unità che ha incassato 6,3 milioni, seguita dalla Padania con 4, da Liberazione con 3,9 e dal Secolo d’Italia con 2,9 milioni. Fanalini di coda in questa assurda classifica sono Le Peuple Valdotain con “solo” 301 mila euro e Italia Democratica (!) e Democrazia Cristiana appaiate in coda con 298 mila euro.

Sappiamo di non aver rivelato niente di più di quanto ogni italiano non sappia. Non a caso l’indice di gradimento dei partiti politici, secondo tutti i sondaggi demoscopici, non supera il 4/5% e forse le ultime rivelazioni gli avranno fatto scendere ancora qualche gradino. In un paese reattivo ci sarebbe stata un’ondata di indignazione popolare che avrebbe costretto il Parlamento a correggere quanto meno leggi indecenti come quelle in vigore.

E invece niente. Al di là degli appelli generici del Capo dello Stato per una maggiore trasparenza, non c’è nessuna delle proposte di legge giacenti in Parlamento che affronti il toro per le corna. Anche le più serie, come quella presentata dal Pd, si limita sostanzialmente ad attribuire personalità giuridica ai partiti e a disciplinare la gestione delle risorse finanziarie. Idem per la proposta Udc che subordina l’accesso alle provvidenze elettorali all’omologazione dei rispettivi statuti e ai requisiti minimi per acquisire il titolo.

Ma non ce n’è una che proponga di ridurre drasticamente l’entità dei rimborsi, se non di abolirli del tutto, che cancelli l’obbrobrio della stampa sovvenzionata di partito, che sottoponga i partiti politici, se intendono continuare ad esse finanziati con i nostri soldi, a quei controlli e a quei rendiconti a cui chiunque riceve soldi pubblici è sottoposto. Garantiamo che la democrazia non ne soffrirebbe.

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