La tracciabilità dei rifiuti, un ‘pasticciaccio all’italiana’

Rifiuti_sliderSpesi dai produttori 70 milioni per un progetto mai partito. Apparati telematici costosi e gare poco trasparenti

 

ROMA – Il Sistri, sistema di tracciabilità dei rifiuti speciali, mai partito, è uno di quei classici ‘pasticciacci all’italiana’. Il progetto, nato per una buona causa, ovvero arrestare gli illeciti nella gestione dei rifiuti, è stato reso totalmente inefficace e addirittura dannoso per le aziende dell’intera filiera.

Dai trasportatori ai produttori fino alle discariche, sono in tanti ad averci già rimesso ben 70 milioni di euro, in tempi in cui restare a galla, con bilanci in utile, rappresenta una vera acrobazia. E ora, come racconta Staffetta Quotidiana, si rischia di pagare la terza rata, in scadenza il prossimo 30 aprile, senza che il sistema abbia dato il benché minimo riscontro.

Non sorprende quindi la vastità delle associazioni – da Confindustria alle Cooperative fino alla Confapi, Confagricoltura, Cia, per arrivare a Rete Imprese Italia che riunisce Confcommercio, Cna, Confartigianato e Confesercenti – che hanno chiesto al ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, di sospendere il sistema. Lo hanno fatto coinvolgendo gli enti locali nella Conferenza Stato-Regioni e ponendo all’attenzione del ministro l’urgenza di congelare la rata di aprile che, tanto per fare un esempio, costerà circa 5mila euro a un’impresa di autotrasporto di medie dimensioni (occorre calcolare da 250 a 1.000 euro di quota fissa in base al giro d’affari, a cui si aggiungono 150 euro per ogni black box installata, ovvero per ogni camion impiegato nei servizi per i rifiuti).

Ma il Sistri coinvolge tutta la filiera dello smaltimento dei rifiuti: circa 300mila aziende, di cui il 90% sono produttori con la necessità di eliminare rifiuti speciali e pericolosi, tra cui oli, solventi, acidi. Il trattamento di molte fra queste sostanze deve seguire quanto impone la normativa Adr per le merci pericolose e richiede, quindi, di interfacciarsi con aziende di trasporto qualificate e strutturate.

Il Sistri, fin dal suo avvio nel lontano 2007, ha vissuto di rinvii (solo nel 2012 è slittato tre volte: al 9 febbraio, al 2 aprile e al 30 giugno, secondo l’ultima versione del Milleproroghe), di burocrazia zoppicante, di politica opaca, di mentalità conservatrice dello status quo e di un’endemica resistenza alle novità.

Il progetto, approvato nella Finanziaria 2006 e voluto dall’allora ministro all’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, arrivava con una dote di 5 milioni di euro, svaniti con il successivo governo che ha imposto alle aziende di sostenere “l’istituzione e la funzione del sistema”, con un esborso di 70 milioni, spesi senza effettivamente far funzionare nulla. Neanche il percorso attuativo ha brillato per trasparenza. La gestione telematica, il fulcro del sistema, è stata affidata direttamente (senza una regolare gara pubblica) a una società di Finmeccanica, la Selex Service Management, che ha presentato un’architettura basata essenzialmente sulle black box, una tecnologia usata nel mondo degli antifurti, quindi piuttosto diffusa e a buon mercato. Un intero apparato telematico, piuttosto costoso invece, messo in piedi nel 2007, che qualcuno però oggi già giudica obsoleto e non più in linea con le finalità e il piano operativo per il quale fu pensato.

Insomma, un vero pasticciaccio del quale nessuno sentiva il bisogno: né nel mondo della committenza, né tantomeno quello dell’autotrasporto, minato da una profonda precarietà di sistema, resa ancora più drammatica dall’attuale congiuntura economica. L’unica speranza che rimane alla vastissima platea di imprese coinvolte nella vicenda è di sperare nella “saggezza tecnica” di questo governo. Che sappia valutare la delicatezza del momento e, per ora, concedere la sospensione, salvo poi ritornare sul tema per raddrizzarne asperità e cancellare i chiaroscuri, ritrovando il senso originale del progetto.

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