Crisi, la Corte dei conti lancia l’allarme

Giampaolino_sliderIl presidente Giampaolino parla di corto circuito tra rigore e crescita dell’economia. Non si vedono segni concreti di ripresa

 

ROMA – Al coro di voci sempre più numerose che reclamano un cambio di passo nell’azione di governo per un più deciso orientamento allo sviluppo dell’economia, si è aggiunto ieri anche , che nel corso di un’audizione alla Camera dei deputati ha denunciato “il pericolo reale di corto circuito tra rigore e crescita nell’impianto del Documento di economia e finanza 2012-2015. In quel documento infatti la componente fiscale degli interventi correttivi è già altissima e sarà superiore al 45% nel triennio 2012-2014”.

Il punto cruciale della crisi globale, di cui si dibatte nelle cancellerie di mezzo mondo e nelle accademie, sta proprio nella recessione in cui affondano ogni giorno di più le economie di molti paesi spinti da una politica di rigore monetario e finanziario che non ha uguali dal dopoguerra. “Austerità distruttiva”, la definiva giorni fa il New York Times riferendosi alle politiche messe in atto dall’Unione europea sulla falsariga del paradigma tedesco.

Nelle stanze ovattate del meeting di primavera del Fondo monetario internazionale le cure “da cavallo” somministrate dai governi di paesi come Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, sono state paragonate a quelle che i medici del settecento prescrivevano ai loro pazienti: salassi, salassi e ancora salassi. Se si esagera però, dicevano i soloni riuniti a Washington, prima si deperisce (recessione) e poi si muore (default).

Da noi invece i salassi (di cui peraltro avevamo sicuramente bisogno) sono già stati praticati in abbondanza, ma cure ricostituenti per l’economia non si vedono per il momento neppure all’orizzonte. Anzi tende a crescere la dicotomia tra i provvedimenti presi e gli impegni promessi. Il costo dei carburanti aumenta a vista d’occhio e il ministro Passera promette “stiamo studiando il taglio delle accise”; il prezzo dell’energia elettrica era ed è il più caro d’Europa e lo si giustifica con il calo congiunturale della domanda; i rigassificatori assicureranno gli approvvigionamenti mentre gli inglesi abbandonano l’impianto di Brindisi dopo dieci anni di battaglie burocratiche e quello di Agrigento rischia di fare la stessa fine; si parla di piano casa e di housing sociale e intanto si inaspriscono le imposte sulla casa; per i debiti della pubblica amministrazione si fa un gran parlare ma se l’imprenditore va in banca a farsi scontare la fattura del Comune o del Ministero non lo fanno nemmeno entrare.

Il professor Monti ammette che la crisi “sta imponendo un prezzo altissimo alle famiglie, ai giovani, ai lavoratori, alle imprese, che talvolta si traducono anche in disperazione. Ma cosa sarebbe successo se non avessimo messo in sicurezza i conti? Avremmo fatto la fine della Grecia”. E’ la storia dell’uomo nero che dovrebbe mettere tutti a tacere. Ma intanto le aziende chiudono, la disoccupazione aumenta e quella giovanile esplode, la cassa integrazione ingrassa a vista d’occhio, i consumi scendono precipitosamente e quest’anno, secondo Confcommercio, sarà il peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi.

La conclusione di ieri del Presidente della Corte dei conti è deprimente: “Nel 2013, che doveva essere l’anno del ‘pareggio’, gli effetti recessivi delle manovre bruceranno oltre 37 miliardi di euro”. In pratica andrà in fumo circa la metà dei 75 miliardi di correzione netta attribuiti alla manovra di riequilibrio. Anche i mercati che avevano aperto una linea di credito fiduciario nei nostri confronti stanno rivedendo la composizione dei rispettivi portafogli e l’incubo dello spread ha ripreso ad agitare i nostri sonni.

Potrebbero interessarti anche