Giù le mani dalla Snam

Snam_sliderLe modalità di separazione dalla casa madre Eni suscitano dubbi e perplessità. Le varie ipotesi allo studio del governo


ROMA – Dopo l’entusiasmo iniziale per la separazione della Snam dall’Eni, prevista nel decreto Monti sulle liberalizzazioni, gli animi si sono molto raffreddati e cominciano ad affiorare serie preoccupazioni sulle modalità del “divorzio” e sulla destinazione finale dei separati.

Gli specchietti per allodole continuano a disegnare luminosi effetti dell’operazione per tutti gli attori. Per l’Eni che cedendo Snam si libererebbe di circa 11 miliardi di debiti e incasserebbe una bella cifra da destinare al settore dell’Exploration & Production; per Snam che potrebbe sviluppare la rete nazionale ed internazionale; per lo Stato e la Cassa depositi e prestiti che potrebbero pensare di costruire, insieme alla rete elettrica di Terna, la super-rete energetica del Paese da 18 miliardi di euro di capitalizzazione; i cittadini/utenti infine che godrebbero del calo del prezzo al consumo del gas (tutto ancora da dimostrare).

Ma le cose non sono così semplici come le si vorrebbe far apparire. Resta infatti ancora da stabilire il valore del 52,5% del capitale Snam posseduto dall’Eni e soprattutto le condizioni per portare a termine la separazione. Il tutto dovrà essere deciso entro il prossimo 31 maggio, come prescritto dal decreto Monti, e il pericolo che in così breve tempo non si riesca a varare un serio piano industriale ma solo a fare un po’ di quattrini per la cassa si fa ogni giorno più reale.

Anche i sindacati, favorevoli in linea di principio alla separazione, oggi manifestano il loro scetticismo sull’efficacia del provvedimento. “Abbiamo buoni motivi – dichiara Gabriele Valeri, segretario nazionale della Filctem Cgil – per pensare che la Snam stia perdendo la sua vocazione industriale e si stia trasformando in una società finanziaria. Infatti è in corso un processo di ridimensionamento degli investimenti sia nell’adeguamento delle reti di stoccaggio che nella manutenzione della rete di distribuzione, che comporta riduzioni e chiusure di presidi operativi, contrazione degli organici, contenimento della presenza sul territorio, conferimento all’esterno di attività importanti del core business”.

Ci si interroga quindi con crescente ansietà su cosa ci stia preparando effettivamente il governo Monti. Le possibili opzioni sembrano ridursi a tre. O si opera una scissione pura e semplice in modo che la Cassa depositi e prestiti e il Tesoro, possedendo insieme già un terzo del capitale dell’Eni, sarebbero automaticamente proprietari del 17% di Snam. Per raggiungere la quota di sicurezza del 30% dovrebbero però acquistare altre azioni in parte dalla stessa Eni che ha “in pancia” il 10% di azioni proprie, e/o il resto sul mercato.

Oppure, seconda ipotesi, la Cdp acquista direttamente dall’Eni il 32,5% di Snam, lasciando al gruppo petrolifero il restante 20% che a quel punto potrebbe essere ceduto al miglior offerente (già oggi c’è una lunga fila di fondi di investimento o di banche d’affari pronti a comprarlo). Si capisce come questa sia l’ipotesi preferita da Scaroni che incasserebbe circa 3,7 miliardi di euro dalla Cassa depositi e prestiti, altri 2,2 miliardi potrebbero venire dalla vendita del residuo 20% e si libererebbe in un colpo solo di poco meno di 12 miliardi di debiti targati Snam.

C’è infine un terzo pretendente, Terna, che sostiene di avere i mezzi per comprarsi tutta la Snam, senza far sborsare una lira al Tesoro, e realizzare la “rete di tutte le reti”, con enormi sinergie e grosse capacità di investimento. Per la verità, sono in pochi a crederci. Anzi, qualcuno pensa che sia una “sbrasata” di Cattaneo che alla fine sarebbe comunche costretto a chiedere ai propri azionisti (Ministero e Cdp compresi) robusti aumenti di capitale. Né d’altronde il Ministero sembra disposto a rinunciare a cuor leggero ai ricchi dividendi che oggi Terna sistematicamente gli passa.

Quali che siano gli scambi di pacchetti azionari, o le valutazioni degli asset, o le alchimie finanziarie (di cui gli “esperti” del governo sono maestri), le antenne delle forze politiche e dell’opinione pubblica sono già alzate per vigilare che non si ceda per semplice tornaconto o per il solito ritornello della riduzione del debito sovrano uno dei gruppi strategici più importanti del Paese.

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