Acea, Alemanno risponde ma non chiarisce

Alemanno_slider_terAzioni Acea cedute a soci istituzionali e singoli cittadini. Allarme della Consob. La replica di Alemanno

 

ROMA – Per capire che cosa sta succedendo veramente intorno alla proprietà dell’Acea, dove è in atto una disfida politica che non si vedeva da anni, bisogna andare indietro di una settimana. Il 3 maggio, per la precisione, il Sindaco Alemanno pubblica sul suo blog (Alemanno 2.0) una video intervista in cui puntualizza i termini della prospettata vendita del 20% delle azioni della municipalizzata in portafoglio del Comune.

A parte i motivi che spingono Roma Capitale a cedere l’importante pacchetto di azioni (dettati obbligatoriamente dal decreto legge 138 del novembre 2011 e considerati necessari per finanziare i nuovi investimenti), Alemanno dichiara in tv che le azioni saranno cedute anche a investitori istituzionali, ai dipendenti della municipalizzata e a singoli cittadini, “fino a farne una vera e propria public company”.

L’imprevisto comunicazione, del tutto irrituale per una società quotata in borsa, manda su tutte le furie i soci privati di riferimento e fa scattare l’allarme alla Consob che vigila sul rispetto degli obblighi normativi e regolamentari delle società quotate. Caltagirone (16,29 %) e Gaz de France Suez (12,5 %) preannunciano pubblicamente azioni di risarcimento qualora dalla condotta del principale azionista dell’Acea derivassero danni alla società. La Consob a sua volta intima ad Alemanno di produrre senza indugio elementi certi sulla negoziazione della partecipazione per non creare turbativa al mercato.

La risposta di Alemanno è arrivata ieri sera tardi e conferma innanzitutto l’intenzione di dismettere un pacchetto azionario pari al 21 per cento della società quotata Acea S.p.A., riducendo di conseguenza la quota detenuta da Roma Capitale dal 51 al 30%. Spetta ora all’Assemblea Capitolina decidere in via definitiva circa la dismissione o meno del pacchetto azionario e, trattandosi di deliberazione propedeutica al bilancio, dovrà farlo necessariamente entro il prossimo 30 giugno.

La legge infatti – dice Alemanno nella sua risposta alla Consob – prevede che “gli affidamenti (le concessioni, ndr) diretti delle società a partecipazione pubblica quotate in borsa cessano alla scadenza prevista nel contratto di servizio (p.e. nel 2027 per la rete elettrica di distribuzione, ndr) a condizione che la partecipazione in capo ai soci pubblici si riduca ad una quota non superiore al 40% entro il 30 giugno 2013 e non superiore al 30% entro il 31 dicembre 2015. Ove siffatte condizioni non si verifichino, gli affidamenti cessano improrogabilmente e senza necessità di apposita delibera dell’ente affidante”.

Cambia invece la versione sui possibili acquirenti del pacchetto azionario. Dopo le ipotesi sulla Cassa depositi e prestiti, sui dipendenti, sui singoli cittadini, il Sindaco ora ipotizza di mantenere il controllo dell’Acea “anche attraverso opportune forme di collocamento, quali il trasferimento diretto di quote a partner strategici, senza escludere che quote azionarie minori possano essere comunque collocate secondo diverse modalità”.

In attesa di conoscere il giudizio della Consob sui contenuti della risposta, la prospettiva non appare affatto chiara, tant’è che lo stesso Alemanno lascia intravedere “la possibilità di ricorrere, ove necessario, alla stipula di patti parasociali e a eventuali modifiche statutarie finalizzati a mantenere un adeguato livello di controllo di Roma Capitale sulla società”.

Subito dopo però non esclude di rinviare le modalità di vendita e gli opportuni accordi di governance al completamento dell’iter decisionale dell’Assemblea Capitolina, invocando comunque, come ultima ratio, “le clausole statutarie che limitano per gli altri azionisti il diritto di voto ad una partecipazione dell’otto per cento”.

Se la dismissione non andasse in porto – conclude il Sindaco – si potrebbe materializzare lo spauracchio della perdita da parte di Acea del contratto di illuminazione pubblica del Comune di Roma fino al 2027, con un danno di fatturato di circa 50 milioni l’anno per i prossimi quindici anni e l’eventuale risarcimento per la chiusura anticipata del contratto.

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