La Grecia sul banco anatomico della Ue

Bandiera_grecia_sliderSi studiano le conseguenze dell’uscita della Grecia dall’euro. Un quadro apocalittico, peggiore ma non di molto all’attuale situazione del Paese

 

ROMA – Quali sarebbero le conseguenze dell’uscita della Grecia dall’euro? E’ l’angoscioso interrogativo che in queste ore, alla luce della nuova prospettiva elettorale, sta facendo perdere il sonno non solo agli ateniesi, ma alle cancellerie e alle banche di tutta Europa.

La “Grexit”, il macabro neologismo con cui ormai si dà per scontata l’uscita dalla moneta unica, è già sulla bocca dei massimi dirigenti dell’Unione, a cominciare dal tetragono ministro tedesco Wolfang Schauble che maramaldeggia dicendo che “l’euro è in grado di assorbire l’uscita della Grecia” e gli fa da controcanto il capo della Bundesbank con l’”acuta” osservazione che “le conseguenze per i greci sarebbero peggiori che per il resto dell’eurozona”.

Non è esattamente così. Le conseguenze economiche e soprattutto politiche della perdita di un pezzo dell’Unione – fino a ieri impensabile e infatti giuridicamente non contemplata nei trattati – sarebbero quanto mai pesanti. Non sappiamo quanto le banche europee, in previsione di un evento considerato da mesi probabile, abbiano alleggerito i rispettivi portafogli di titoli dello Stato greco. Si calcola comunque che il valore dei “sirtaki bond” in circolazione all’estero possa avvicinarsi ai 1.000 miliardi di euro.

E’ logico quindi che tutti si portino avanti col lavoro e si preparino per tempo all’eventuale default. Cinicamente parlando, “Grexit” potrebbe essere considerato un banco di prova “vivente” di quello che domani potrebbe accadere anche ad altri. Una sorta di “cadavere” intorno al quale banchieri ed economisti di tutta Europa, rigorosamente in camice bianco, studiano e sperimentano una nuova anatomia finanziaria.

E che cosa hanno imparato? Che l’eventuale nuova dracma, che tornerebbe al valore di conversione del 1° gennaio 2002, cioè 340,75 dracme per euro, nelle ore immediatamente successive all’emissione si svaluterebbe del 30/40 per cento. E fin qui nessuna sorpresa, l’abbiamo sperimentato anche noi sulla nostra pelle quando nel ’92 fummo costretti ad uscire dallo Sme, con una lira che in poche settimane perse il 25% del suo valore rispetto al marco tedesco,con un’inflazione balzata a due cifre e il rendimento “stellare” dei Bot al 17%.

E che succederà a chi non ha fatto in tempo a liberarsi dei bond greci e al momento della dichiarazione di default dovesse averli ancora “in pancia”? Si ripeterebbe probabilmente la storia dei “tango bond” argentini quando nel 2001 il governo di Buenos Aires dichiarò la moratoria sul proprio debito estero, congelando il pagamento degli interessi e sospendendo il rimborso dei capitali.

Anche allora, come forse domani in Grecia, i conti correnti bancari furono congelati, consentendo un prelievo minimo quotidiano per le esigenze vitali, e blindate le frontiere per scongiurare l’esportazione selvaggia di capitali. Medicine, generi alimentari e benzina dovrebbero probabilmente essere razionati e l’inflazione tornerebbe abbondantemente a due cifre. Né la Grecia, essendo un modesto esportatore di beni e servizi, potrebbe godere dei benefici della svalutazione della moneta, mentre pagherebbe assai più care le importazioni. L’unico vantaggio sarebbe probabilmente il boom del turismo, a quel punto a prezzi stracciati.

Uno scenario, come si vede, apocalittico che potrebbe essere attenuato da una “possibile uscita ordinata dall’euro” – come dice il direttore del Fondo monetario internazionale Chistine Lagarde – se non uscisse anche dall’Unione europea a 27.

C’è chi dubita che per la Grecia, strangolata dall’austerity, l’uscita dall’euro sia il male peggiore. In fondo anche l’Argentina ha impiegato dieci anni ma oggi gode di ottima salute ed ha una fiorente economia. In ultima istanza, i nuovi equilibri politici che si vanno disegnando in Europa diranno se i comportamenti che hanno determinato l’impasse cambieranno e saranno in grado di mettere rimedio, o quanto meno di contenere, le conseguenze devastanti della “Grexit”, nonché di prevenire le altre che potrebbero generarsi con l’effetto domino.

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