Riforma del lavoro, Csm: non risolve lentezza dei processi

Csm_sliderSecondo palazzo dei Marescialli bisogna invece intervenire sulle impugnazioni per accelerare il grado di appello

ROMA – Le disposizioni sulle controversie in materie di licenziamenti contenuti nella riforma del mercato del lavoro, oggi all’esame del Parlamento “non risolvono la lentezza dei processi”. Lo dice il parere, approvato all’umanità dal Csm, nel quale si sottolinea che “qualsiasi mera modifica del modello processuale non è, di per sé sola, in grado di eliminare la causa principale dell’allungamento dei tempi processuali”.

Palazzo dei Marescialli rileva infatti che c’è oggi un “impari rapporto tra le risorse materiali ed umane disponibili e la domanda di giustizia del settore: il processo del lavoro già prevede tempi assolutamente stringenti”, ma nella realtà concreta degli uffici giudiziari molto spesso “non vengono rispettati proprio perché i giudici, per la logica soverchiante dei numeri sono altrettanto impossibilitati”.

Dunque, pur condividendo l’impianto delle nuove norme, il Csm rileva che queste potrebbero non assicurare, da sole, un’accelerazione dei procedimenti, poiché, “le riforme a costo zero” non sono “sufficienti a risolvere in radice il problema della ragionevole durata dei giudizi”.

Nel parere si osserva inoltre che “la sostanziale duplicazione del giudizio di primo grado” causerà “un notevole aggravio di funzionalità dei tribunali medi e piccoli e un fattore di incremento certo della durata complessiva dei processi”. Infine, il parere torna a segnalare l’opportunità di intervenire concretamente sul problema delle impugnazioni, suggerendo di introdurre anche nel processo del lavoro interventi che possano accelerare il grado di appello.

(Valentina Marsella)

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