Alberto Cisterna allontanato dall’Antimafia

Cisterna_AlbertoTrasferito al tribunale di Tivoli. Pesano su di lui le confessioni del pentito di ‘ndrangheta Nino Lo Giudice

 

ROMA – Dalla Procura nazionale antimafia, come procuratore aggiunto, al Tribunale di Tivoli come giudice. E’ il provvedimento adottato dalla Commissione disciplinare del Csm nei confronti di Alberto Cisterna, 52 anni, ‘vice’ del procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso.

In magistratura dal 1986, Cisterna è coinvolto in un procedimento disciplinare aperto da Palazzo dei Marescialli dopo che il pentito di ‘ndrangheta Nino Lo Giudice ha riferito dei rapporti del magistrato col fratello Luciano e del presunto interessamento del procuratore nazionale antimafia aggiunto per la scarcerazione di un altro dei fratelli Lo Giudice, Maurizio.

La Commissione disciplinare ha disposto il trasferimento di Cisterna in via cautelare, in attesa della pronuncia di merito da parte del Csm sul procedimento avviato a suo carico. Proprio martedì scorso si era appreso che il Plenum del Csm non si sarebbe più occupato del caso, perché la pratica di trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale, approvata dalla commissione competente, è decaduta e per tale ragione non dovrà più essere sottoposta alla ratifica del Plenum dell’organo di autogoverno dei magistrati.

Il trasferimento disposto dalla Commissione rappresenta un primo duro colpo per il magistrato in servizio alla Dda di Reggio Calabria fino al 2002, anno in cui è passato alla Procura nazionale. Il procedimento disciplinare e adesso il trasferimento a Tivoli segnano un passaggio negativo nel curriculum di una toga che sembrava destinata ad una brillante carriera. Prospettive che si sono bruscamente interrotte con le dichiarazioni di Nino Lo Giudice, che hanno anche determinato l’avvio di un procedimento penale a carico di Cisterna da parte della Procura della Repubblica di Reggio Calabria per corruzione in atti giudiziari.

Nino Lo Giudice non è un pentito di ‘ndrangheta qualsiasi. E’ stato lui, infatti, ad autoaccusarsi degli attentati compiuti nel 2010 a Reggio ai danni della sede della Procura generale e dell’abitazione del procuratore generale Salvatore Di Landro. Lo Giudice si è assunto la responsabilità anche dell’intimidazione compiuta, sempre nel 2010, ai danni dell’ex Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, oggi a capo della Procura di Roma. In quell’occasione fu lasciato un bazooka davanti la sede della Dda reggina. Poco dopo, con una telefonata al 113 fatta da una cabina, uno sconosciuto avvertì della presenza del bazooka, definendolo ”un regalo” per il procuratore Pignatone.

(Valentina Marsella)

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