Banche, banche, toujours banche

Bce_eurotower Nel pacchetto Draghi le misure per salvare le banche in crisi. “Save school, not banks”, urlano i giovani indignati

 

ROMA – Monti come Enrico IV, re di Francia? Poco ci manca, soltanto che quello regalava pernici ai suoi cortigiani e questo ha occhi solo per le banche, mentre il popolo non arriva a fine mese (ma non ha ancora dato l’assalto alla Bastiglia).

Sembra di vivere in una dimensione schizofrenica. La Grecia dichiara fallimento, Portogallo e Irlanda sono alla canna del gas, Italia e Spagna sprofondano in una cupa recessione, con i risparmiatori che fanno la fila per ritirare i depositi in banca e i disoccupati che crescono di seicentomila unità all’anno.

E cosa rispondono i nostri governanti? Monti: “Capiamo i sacrifici, ma le riforme vanno avanti. Stiamo facendo le cose giuste, l’Italia ce la farà”. Gli fa eco la Fornero secondo cui “il rigore non è finito, la spesa sociale è ancora da razionalizzare, occorrono nuovi interventi sul welfare”.

Ma quali sono le cose giuste? E chi ce le dice, la Merkel, Mario Monti, Mario Draghi, oppure il Premio Nobel Paul Krugman, o Amarthya Sen, o tanti altri loro illustri colleghi? “Abbiamo bisogno che i nostri governi – afferma Krugman nel suo ultimo libro ‘Fuori da questa depressione, subito’ – spendano di più, non di meno, perché quando la domanda privata è insufficiente, questa è l’unica soluzione. Assumere insegnanti, costruire infrastrutture, finanziare la ricerca, possibilmente scegliendo spese utili”. Esattamente il contrario di quello che la cancelliera tedesca sta imponendo a tutta Europa.

Per adesso la medicina “made in Germany” che ci è stata somministrata ha aggravato la malattia dei paesi dell’euro. L’inversione del ciclo recessivo non c’è e neppure si intravede, per la ripresa si forniscono solo “pannicelli caldi”, mentre la produzione industriale crolla, i capitali hanno ripreso a fuggire all’estero (a Francoforte o nei paradisi fiscali) e il “credit crunch” cessa di essere un’espressione per iniziati e si traduce, molto più prosaicamente, nel cappio al collo delle nostre piccole e medie imprese.

Tutto continua dunque come prima, compreso il finale della storia. Per ironia della sorte, infatti, stiamo assistendo ad un film già visto, il famoso “double dip”, cioè la grande crisi del 2008, poi un timido segnale di ripresa e infine la ricaduta rovinosa di questi mesi. Non cambiano nemmeno gli attori principali, cioè le grandi banche sistemiche. Tutto è cominciato da loro e per colpa loro, dal credito folle a tutti, alle più spericolate speculazioni finanziarie, ai titoli tossici che hanno avvelenato i pozzi di tutto il mondo, al fallimento della Lehman Brothers, al più recente buco di 5 miliardi di JPMorgan. Sono stati necessari migliaia di miliardi di dollari (pubblici) per salvare il sistema.

Ed ora siamo daccapo. In quattro anni infatti non è stata adottata una misura, una delibera, un provvedimento per impedire alle banche di usare i soldi dei risparmiatori per giocare alla roulette, per regolamentare i titoli derivati che oggi ammontano a sette volte il Pil di tutto il mondo, per dare alla moneta unica europea, in un gioco paradossale alla rovescia, uno Stato e una vera Banca centrale.

Di che cosa discuteranno invece i grandi della terra nel summit di fine giugno? Di come salvare un’altra volta le banche! Il piano Draghi infatti che ciascun capo di governo si troverà nella cartellina sul tavolo parla del Fondo salva Stati, del sistema di garanzia dei depositi bancari, del Fondo comune salva-banche, della vigilanza europea sulle banche.

Se a farsene promotore è il presidente della Bce (nonchè ex presidente del Financial Stability Board che avrebbe dovuto provvedere alla riforma del mercato finanziario) in fondo non fa altro che il suo mestiere. Che a condividerlo sia il suo tradizionale sodale Mario Monti non sorprende più di tanto. Ma quando anche un guru del giornalismo economico come Eugenio Scalari dice che la cosa da fare assolutamente è quella di fornire una garanzia europea sui debiti bancari, di unificare il mercato bancario continentale e di finanziare le banche spagnole, allora le cose si mettono davvero male.

Perché non è bastato salvarle a caro prezzo una prima volta dal default, inondarle di liquidità al tasso-dono dell’1%, permettere loro di spuntare senza colpo ferire un differenziale di interesse pari al 5%, consentire che solo le briciole di quei soldi, con la connivenza del donatore, andassero alle famiglie e alle imprese. Non è bastato tutto questo, ora gli Stati sono chiamati a rimettere mano al portafoglio.

“Save school, not banks”, urlano i giovani indignati di mezzo mondo, mentre i governi non tolgono il piede dal collo dell’economia, le grandi multinazionali, comprese le nostre, fanno piani di evacuazione dei loro capitali dall’Europa, il nostro tessuto di pmi si sfilaccia e le file dei disoccupati crescono a vista d’occhio.

“I banchieri (e i loro colleghi, ndr) – dice ancora Krugman – sono davvero impressionanti: danno a intendere di capirne qualcosa, anche dopo aver distrutto il mondo, o quasi”. Non è forse giunto il momento di cominciare a domandarsi provocatoriamente se, visto che i professionisti hanno fallito, sia giunta finalmente l’ora degli amateur?

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