Ddl anticorruzione: confronto al rallentatore alla Camera

camera-dei-deputatiOggi riprendono i lavori. Nodi da sciogliere: incandidabilità per i condannati e responsabilità civile magistrati

ROMA – L’Aula della Camera riprende i suoi lavori alle 10,30. All’ordine del giorno il proseguimento del confronto sul ddl anticorruzione che secondo le iniziali previsioni doveva essere approvato entro questa settimana.

Il dibattito prosegue al rallentatore. Ieri pomeriggio sono stati approvati gli articoli che erano stati accantonati per mancanza di accordo: 2, 4 e 6. Prima della ripresa dei lavori dell’Aula è stata convocata una riunione del Comitato dei 18, il comitato ristretto che raccoglie i rappresentanti delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia per fare il punto sugli emendamenti al testo su cui non c’è accordo.

Tra le questioni insolute c’è il problema dell’articolo 10 del ddl, quello che disciplina la delega al governo le cause di non candidabilità per i condannati per delitti non colposi. Ma il nodo non risolto riguarda soprattutto l’articolo 12 relativo alle norme penali proposte da Paola Severino, ministro della Giustizia. E’ probabile, in caso di fumata nera del Comitato dei 18, che il guardasigilli possa chiedere il voto di fiducia su alcuni articoli del testo, se non addirittura sull’intero ddl.

Il Pd ha nel frattempo proposto una riformulazione dell’articolo 10 che stabilisce le norme per l’incandidabilità e la decadenza dalle cariche di deputato, senatore, europarlamentare. Spiega Doris Lo Monaco: ”Il nostro emendamento introduce l’incandidabilità in maniera diretta. Per casi gravi, anche per condanne non passate in giudicato. La norma entrerebbe in vigore immediatamente, poi c’è l’affidamento della delega al governo per riorganizzare la materia e prevedere l’estensione del divieto ai membri dell’esecutivo”.

L’opposizione del Pdl a tale riformulazione è argomentata da Francesco Paolo Sisto: ”Su questo principio del non passato in giudicato non ci sono transazioni. Il passaggio in giudicato è un principio inespugnabile”. Di conseguenza, l’accordo potrebbe esserci solo se viene cancellato il riferimento a sentenze non passate in giudicato. Tocca alla relatrice Jole Santelli, Pdl, fornire un proprio orientamento sull’articolo 10 che prevede, nella formulazione arrivata in Aula, l’impossibilità a candidarsi e a ricoprire cariche non solo i condannati in via definitiva a pene superiori ai due anni per reati non colposi ma pure per coloro che hanno subito condanne non definitive per reati come concussione, corruzione, riciclaggio oppure per reati di mafia. Daniela Melchiorre, esponente dei Liberaldemocratici, ha intanto manifestato la propria ”soddisfazione per il recepimento e l’approvazione da parte dell’Aula dell’emendamento a firma dei deputati liberaldemocratici che include tra le attività a potenziale infiltrazione mafiosa anche il traffico transfrontaliero dei rifiuti, si prende finalmente consapevolezza del tema”.

Dichiarazioni polemiche invece da parte di Federico Palomba, Idv, su come è stato risolto il contenzioso sull’articolo 2 che ha stabilito le norme sull’arbitrato: ”Se Antonio Di Pietro non avesse fatto proprio l’emendamento ritirato dal Pd, non si sarebbe squarciato il velo dell’ipocrisia e i cittadini non avrebbero saputo chi ha votato per tenere le cose come stanno, come nel caso dell’emendamento della commissione che non ritocca niente e lascia le cose com’erano”. Conclude il deputato dell’Idv: ”Stupisce che il governo, mentre arruola tecnici esterni per ridurre la spesa pubblica, quando si presenta l’occasione per eliminare i costosissimi arbitrati faccia tacere il ministro per la funzione pubblica”.

Non si attenuano le divergenze anche sul tema della responsabilità civile dei magistrati, dopo che il ministro Severino ha depositato un proprio emendamento al Senato nel quale si riformula la norma approvata nella legge Comunitaria votata dalla Camera e che dovrà essere riesaminata dall’Aula di Palazzo Madama. L’emendamento stabilisce la ”responsabilità civile indiretta” dei magistrati: il cittadino che ha subito ”un danno ingiusto, posto in essere dal magistrato con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni, può agire contro lo Stato per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivano da privazione della libertà personale”.

Lo Stato avrà due anni di tempo, non più uno come precedentemente previsto, per rivalersi nei confronti del magistrato, chiedendo fino alla metà della retribuzione annuale del magistrato, rispetto all’attuale terzo. Michele Vietti, vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, ha annunciato che incontrerà il presidente Giorgio Napolitano, per rappresentargli il timore espresso dall’organo di autogoverno della magistratura sulla responsabilità civile delle toghe: ”Esprimerò le preoccupazioni che il Csm ha già messo per iscritto con due pareri approvati a larghissima maggioranza, affinché su questo tema si trovi una soluzione che tenga conto in modo equilibrato delle indicazioni della Corte europea e del principio costituzionale dell’indipendenza dei magistrati”.

Potrebbero interessarti anche