Farmindustria tuona: rimodulare manovra 2011 o settore al tracollo

farmindustriaLa farmaceutica chiede regole certe e sostegno a ricerca e innovazione. A rischio migliaia di posti di lavoro

 

ROMA – La manovra ”che dovrebbe essere applicata entro il 30 giugno è insostenibile per l’industria farmaceutica. Per questo ne chiediamo una rimodulazione” o, in alternativa, ”una deroga della stessa ad ottobre, congiuntamente alle decisioni che verranno adottate sul Patto della salute”. Il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi è un fiume in piena e, nel corso di una conferenza stampa convocata nella sede di via del Nazareno a Roma, esprime le preoccupazioni di un comparto che all’Italia vale un contributo di 12,5 miliardi di euro per un export intorno ai 15 miliardi, con 61 mila addetti nell’indotto e un piano commerciale che raccoglie il 12% dell’industria manifatturiera.

Sul tavolo la legge 111/2011 varata dal precedente governo Berlusconi, smussata dalla mission lanciata dal premier Mario Monti nel quadro di un ridimensionamento della spesa pubblica messo a punto dal supercommissario Enrico Bondi, che prevede tagli per un miliardo e mezzo nel settore della sanità, puntando soprattutto su beni e servizi.

”Ci aspettavamo un tavolo di confronto entro il 30 aprile, ma non c’è stato e ciò ci ha allarmato, per questo chiediamo una rimodulazione della manovra, che rischia di provocare disinvestimenti in ricerca, una perdita di migliaia di posti di lavoro e una forte delocalizzazione delle aziende che affaccerebbero i propri investimenti all’estero”, ha dichiarato Scaccabarozzi, secondo cui tra il 2007 e il 2011 l’industria del farmaco italiana ha perso 10mila posti di lavoro con un calo consistente degli studi clinici nell’ultimo biennio. A dimostrarlo una crescita decisamente contenuta dell’export di prodotti farmaceutici nel 2011: le stime della Banca d’Italia parlano di un incremento delle esportazioni pari al 4,3%. Tra il 2007 ed il 2011, invece, la crescita è stata del 27,7%, comunque al di sotto rispetto al picco raggiunto tra il 2002 ed il 2007 quando ha raggiunto un tasso del 35,7%.

Inoltre, ricorda il leader di Farmindustria, in percentuale sul Prodotto interno lordo ed in procapite la spesa sanitaria in Italia è più bassa del 10% circa (il 25 considerando la farmaceutica) rispetto agli altri big europei. Il Belpaese, al 2009, registrava una quota sul Pil del 7,2% a fronte di una media Ue intorno all’8%, dispensata tra un 9,2% della Francia, l’8,9 della Germania, l’8,2 del Regno Unito e il 7% della Spagna. Scaccabarozzi, citando diversi dati Aifa, rileva ancora che lo scorso anno la spesa farmaceutica pubblica totale è scesa del 4%, mentre per gli altri beni e servizi acquistati dal Servizio sanitario nazionale è cresciuta del 2,5%. In tal senso, ”negli ultimi cinque anni provvedimenti nazionali dettati dalle esigenze di finanza pubblica hanno comportato oneri a carico delle imprese del farmaco pari a 11 miliardi”.

La manovra del luglio 2011 ”ha previsto un taglio tra 800 milioni e 1 miliardo della spesa farmaceutica nell’ambito di un taglio di 2,5 miliardi dell’intera spesa per la sanità”. Nella proposta dell’Agenzia italiana del farmaco il tetto di spesa farmaceutica territoriale viene ridotto dal 13,3% al 12,1%. In compenso, il tetto per la farmaceutica ospedaliera aumenta dal 2,4% al 3,6%. La proposta ”pur imponendo oneri molto pesanti”, per Farmindustria ”potrebbe essere accettata a patto che sia accompagnata da un insieme di regole certe e credibili per la gestione della spesa e da un accesso alla innovazione in linea con le condizioni dei principali paesi Ue”. Tra le richieste c’è il ”non aumento dell’Iva sui medicinali e il superamento del pay-back (ripiano cash del valore dei farmaci) dell’1,83% (circa il 3% del ricavo dell’industria)”.

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